Tempi che cambiano

I cinema delle nuove Città

Insegna al neon di un vecchio cinema
Il cinema di quartiere funzionava così come una grande biblioteca aperta dell’immaginario, un aggiornato e suggestivo centro di formazione culturale, un laboratorio vivente dove inconsapevolmente si misuravano linguaggi e storie, stili ed avventure, estetiche e contenuti

I CINEMA DELLE NUOVE CITTA’
C’era una volta un luogo magico, attraente, misterioso, dove, protetti dall’oscurità, si viveva un’esperienza più armoniosa di quella quotidiana: il cinema di quartiere. Luogo deputato del sogno e del desiderio, anche se a volte poco accogliente, caldo d’estate e freddo d’inverno, intasato di un fumo acre che creava una cortina di nebbia azzurrognola tra spettatore e schermo, con sedie scricchiolanti e schermi sdruciti su cui scivolavano, accompagnate da un cattivo sonoro, pellicole di seconda e terza visione consumate dall’uso, graffiate e tagliate, il cinema di quartiere, collocato negli insediamenti popolari delle periferie delle grandi città, rispondeva, in regime di quasi monopolio, al bisogno d’immaginario di una collettività appena uscita dai disastri della guerra -erano gli inizi degli Anni Cinquanta- che si preparava alla ricostruzione fisica e spirituale di un’intera nazione.

Sale come quella, più degli ambienti eleganti delle prime visioni, architetture lontane e inaccessibili, più confortevoli ma meno confortanti del cinema sotto casa che era un rifugio più discreto e familiare per le emozioni e le curiosità della giovane età, hanno accompagnato la vita di molti di noi dall’infanzia all’adolescenza, al ritmo di una programmazione intensiva che offriva due film al giorno per sette giorni alla settimana. Una sete di cinema spingeva ineluttabilmente dentro quelle sale dove ci si poteva arricchire di un patrimonio di conoscenza e d’amore verso tutto il cinema, senza differenze, dai capolavori ai film di serie B, dal cinema di prosa a quello di poesia. La valutazione critica per autori, attori, generi, sarebbe giunta in seguito, a sistematizzare una quantità di immagini, di volti e di luoghi adagiati orizzontalmente nell’inconscio. Non si andava a vedere un film, si andava al cinema.

Il cinema di quartiere funzionava così come una grande biblioteca aperta dell’immaginario, un aggiornato e suggestivo centro di formazione culturale, un laboratorio vivente dove inconsapevolmente si misuravano linguaggi e storie, stili ed avventure, estetiche e contenuti.
Poi, di colpo, è arrivata la televisione, “un cinema che si vede stando a casa”, come l’ha definita Truffaut, il regista più intensamente legato a quest’arte e tutto è cambiato. La TV ha progressivamente occupato il ruolo del cinema allargando il campo d’azione all’intrattenimento ed alla informazione e le sale di quartiere hanno dovuto malinconicamente cantare il loro “ultimo spettacolo”, come nel bel film di Bogdanovich, prima di essere spazzate via dal vento del progresso, procurando -come scrive Pierluigi Battista- “un dolore terribile, una perdita incancellabile, un pezzo della vita e della cultura strappato via”. (Amarcord di un cinefilo che non odia il profitto, “Il Corriere della Sera”, 15-9-2014).
E dopo la televisione, i nuovi mezzi audiovisivi ed i sistemi elettronici home-video, i VHS, i laser-disc e poi i DVD, hanno trasformato ogni salotto di casa in una sala cinematografica, in una cineteca dove si può contare, grazie ai listini delle pay-tv, su un’offerta praticamente illimitata. Ma anche questa fase è già in parte superata, per la possibilità di scaricare film da internet o di visionarli sul proprio cellulare. Il futuro tecnologico dell’immagine non si fermerà qui ed altre invenzioni modificheranno ancora il rapporto tra un film ed il suo pubblico. Le nuove città diverranno terminali di servizi telematici ed i cittadini che le abiteranno integreranno la “casa intelligente” dove ogni funzione sarà automatizzata e gestita da un computer con nuovi ambienti, individuali e collettivi, dove consumare immagini in misura crescente.

La diffusione del grande schermo televisivo in HD e del suono home-theatre nelle abitazioni ha dissolto l’ultima barriera tra cinema e televisione ed i cinema delle nuove città, lungi dallo sparire, si trasformeranno per soddisfare, dopo l’esperienza delle multisale, esigenze ancor più diversificate, consolidando tendenze già acquisite e generandone di nuove. Ma per far ritornare il cinema al pubblico bisognerà liberare energie creative, dare vita ad invenzioni moderne che si adattino ai cambiamenti strutturali urbani e della comunità degli spettatori. La complessa rete informatica su cui si fonderà la città apre infatti al cinema ed alle sue nuove strutture di visione prospettive affascinanti, solo che questo le voglia percorrere abbandonando vecchie logiche ed antichi timori, lasciando perdere la tradizionale vocazione all’isolamento generatrice di un clima protezionistico che ha semmai aggravato la crisi per entrare nel “futurinsieme” dell’integrazione tra i mezzi, le tecniche, i luoghi, secondo le linee di un progetto che è industriale, culturale, urbanistico, sociale e che respinga le illusorie soluzioni delle gerarchie, delle barriere, degli steccati tra il cinema e gli altri mass-media per scegliere la prospettiva di un ammodernamento affidato non solo alle regole del profitto (condizione necessaria ma non più sufficiente) o di una semplicistica palingenesi tecnologica ma che sia guidato dalla tensione ideale, dalle istanze della comunicazione e della cultura, della creatività e dal rispetto del pubblico e dei suoi diritti. Cambiano le città e con esse i suoi cinema e gli esercenti che li gestiscono, molti dei quali hanno già intrapreso con coraggio e fiducia questo percorso -nuovo ma obbligato- con gli efficaci sistemi di proiezione digitale e di trasmissione satellitare che hanno fatto abbandonare le arcaiche e pesanti forme di distribuzione tramite il supporto materiale della pellicola, dimostrando così di considerare la sala non più come un mero esercizio commerciale ma come un importante soggetto di aggregazione socio-culturale.

Non vi sarà futuro per un cinema soltanto di sala ma non vi sarà futuro neppure per un cinema senza sale. Il cinema delle nuove città sarà formato, allora, da tanti cinema differenti ed integrati: la sala al chiuso insieme all’arena estiva per avvicinare il pubblico in ogni stagione e per non lasciarlo mai privo di cinema; la megasala per spettacoli di grande audience e la microsala per pubblici competenti che richiedono proposte filmiche specialistiche; la sala Festival con proiezioni di film presentati nei festival che non trovano distribuzione sul territorio; la multisala come risposta al palinsesto televisivo che razionalizza l’offerta per gusti, generi e pubblici diversi; la sala classic in cui vengono proiettate opere della storia del cinema in versione originale e con copie restaurate; la sala multimediale in cui la proposta filmica è veicolata attraverso i diversi media ed i diversi sistemi di proiezione; la sala polivalente, a spettacolo plurimo, simile al contenitore televisivo nel cui ambito vengono ricomprese altre forme di spettacolo (teatro, musica, danza, intrattenimento vario) ed in cui accanto alla sala siano previste modalità socializzanti, dal ristorante alla mediateca, dalla sala di lettura e di conversazione alla discoteca ed al circolo culturale; la sala interattiva dove si sperimenta il piacere del dialogo e dell’interrelazione tra l’opera ed il suo fruitore e tra soggetti diversi; la sala 3D per la visione di pellicole tridimensionali; la sala virtuale che presenta programmi realizzati esclusivamente in via artificiale e computerizzata; la sala olografica in cui le ombre bidimensionali del cinema si materializzano in immagini visibili da ogni lato e da ogni prospettiva, e così via. In queste ed altre forme oggi non prevedibili il cinema, con le sue sale rinnovate, può tornare al centro del sistema e in maniera geograficamente capillare, interagendo con la comunità nel suo insieme, esattamente come faceva il cinema di quartiere. Ogni città potrà diventare una cine-città, pulsante di schermi grandi o piccoli, di vaste platee o di pubblici raccolti.

Nuove cattedrali cinematografiche potranno prendere il posto delle attuali; altre liturgie, altre liturgie sorgeranno dalla voluttà di nuove architetture e di innovativi rituali; lo spazio urbano sarà reso più abitabile, più sicuro, più civile, più condiviso e più comunitario anche in virtù dei ritmi e dei riti delle rappresentazioni cinematografiche; le vie e le piazze si animeranno e le platee si riempiranno per ammirare i nuovi Rossellini, Ford, Fellini, Bunuel, Bergman, Hitchcock, Antonioni, Chaplin, Keaton, poeti dell’immagine di domani capaci, come i loro maestri, di arricchire la vita di metafore significanti. La “terza ondata” di cui parla Alvin Toffler nel prefigurare la società futura descrive anche questi scenari. Dalla caverna di Platone alla lanterna magica di padre Kircher, dal phantascope di Robertson alle eliografie di Niepce, dagli esperimenti sul movimento di Marey alle pantomine luminose di Renaud, dalle prime proiezioni in pubblico dei Lumière al cinema fantasmagorico di Méliès, quest’arte, nata come idea prima ancora che come invenzione, accompagnerà sempre l’uomo, la sua storia e i suoi destini. Ed il cinema delle nuove città, che da biblioteca, laboratorio, centro di formazione di quartiere si trasformerà in una rete complessa e articolata, in un polo comprendente ogni forma di tipologia di sala connessa con le altre realtà comunicative, riuscirà finalmente a coronare quel sogno che al cinema di quartiere era riuscito solo in parte di dare a ciascuno il proprio cinema. E dove il cinema serva per giocare ancora con quelle ombre che, come ha scritto Henri Langlois, il conservatore della Cinématographie Française grazie al quale si possono vedere film altrimenti perduti, hanno permesso di “catturare il tempo, di annullarlo, di fissarlo, di prolungarlo, di vincerlo”. Il cinema: c’era una volta. Ci sarà sempre.

*VITTORIO GIACCI critico cinematografico e regista, dirige l’ Ateneo del Cinema di Roma, dove insegna “Storia e critica del cinema”. E’ membro del Comitato Esecutivo del Consiglio Generale CICT-UNESCO. E’ stato redattore delle riviste Cineforum e Filmcritica, Direttore Generale dell’Ente Gestione Cinema e poi di Cinecittà International e Sub-Commissario al Centro Sperimentale di Cinematografia, Direttore della Istituzione “Roberto Rossellini”, collaboratore di RaiSat Cinema, della Nuova Enciclopedia del Cinema “Treccani”, della Biennale Cinema di Venezia e del Piccolo Teatro di Milano e Presidente dell’Istituto Cinematografico dell’Aquila. Ha scritto libri su François Truffaut, Peter Bogdanovich, Federico Fellini, Francesco Rosi, Michelangelo Antonioni, Alfred Hitchcock, oltre a numerosi saggi su diversi cineasti fra cui Roberto Rossellini, Billy Wilder, Luis Bunuel, Blake Edwards, Vittorio De Sica, Stanley Donen, Steven Spielberg, René Clair, Martin Scorsese, Vincente Minnelli, Clint Eastwood, Roman Polanski, Liliana Cavani, Jean-Luc Godard. Fra i suoi ultimi libri: Immagine immaginaria. Analisi e interpretazione del segno filmico; Ciné. Cento anni di collaborazione cinematografica italo-francese, realizzato da Cinecittà Holding con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Carlo Lizzani. Del 2008 è Mi mancherai. Ricordo di Sandro Pertini, un documentario realizzato sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica. Nel 2010 ha co-realizzato per ONU il documentario The Earth: our Home, Globo d’oro di eccellenza della Stampa Estera in Italia.

di VITTORIO GIACCI

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