A 50 anni dalla morte

Totò principe e popolano. Nobile e sottoproletario. La maschera. Il personaggio. Il poeta

Totò principe e popolano. Nobile e sottoproletario La maschera. Il personaggio. Il poeta
Totò mentre mastica uno spaghetto
Sapeva essere fantasista e macchiettista, attore burlesco e figura beffarda, interprete paradossale e personaggio “non-sense”, dai primi “vaudevilles” surreali come Fermo con le mani, Animali pazzi, San Giovanni decollato passando attraverso film d’impronta neorealistica come Risate di gioia ed I soliti ignoti e “cult movies” ...

Al mio funerale sarà bello assai perché ci saranno parole, paroloni, elogi, mi scopriranno un grande attore: perché questo è un bellissimo Paese, in cui però per venire riconosciuti qualcosa, bisogna morire.

In vita Totò, nome d’arte di  Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfiro-genito Gagliardi de Curtis di Bisanzio[2] (brevemente Antonio de Curtis) ebbe a soffrire il disconoscimento della critica mentre il pubblico affollava le sale dove si proiettavano i suoi film e lo amava come presenza autentica ed amicale anche nella vita, usandone il particolare linguaggio, ripetendone le battute, riutilizzandone le “gag”. Solo anni dopo la morte, e nonostante che autori come Pier Paolo Pasolini (in Uccellacci e uccellini, Cosa sono le nuvole?, La terra vista dalla luna) e Roberto Rossellini (in Dov’è la libertà) lo avessero valorizzato come maschera tragica e metafisica, vi è stato un ripensamento tardivo che non lo ha certo ripagato della sottovalutazione nella quale era stato tenuto per decenni.
Ma Totò si trovò a provare una sofferenza ancora più grande, quella di non poter raggiungere il più vasto pubblico delle platee internazionali, lui che al pubblico voleva dare tutto se stesso come solo sanno fare gli attori eccelsi che, avendo calcato le scene del teatro di varietà prima di approdare al cinema, ne conoscono a perfezione gli umori, lo sanno compiacere, ne temono il dissenso fragorosamente manifestato con il fischio e lo schiamazzo. Avrebbe, in altre parole, voluto essere cittadino del mondo come solo il cinema permette di fare. Totò era grande e “doppio”, principe e popolano, nobile e sottoproletario al tempo stesso. Veniva dalla tradizione della commedia dell’arte italiana e da quella dialettale napoletana (da Maldacea a Petito, celebre “Pulcinella”, da Scarpetta a De Filippo), dalla letteratura dell’assurdo e dal teatro dei mimi. Sapeva essere fantasista e macchiettista, attore burlesco e figura beffarda, interprete paradossale e personaggio “non-sense”, dai primi “vaudevilles” surreali come Fermo con le mani, Animali pazzi, San Giovanni decollato passando attraverso film d’impronta neorealistica come Risate di gioia ed I soliti ignoti e “cult movies” come Totò a colori, Un turco napoletano, Guardie e ladri, Totò truffa ’62; Totò, Peppino e la malafemminaL’oro di Napoli, e Miseria e nobiltà oppure come Siamo uomini o caporali?, vera e propria “summa” di tutta la sua filosofia di vita, fino a giungere ai vertici del grottesco e del tragico. Maschera e mimo, ma anche poeta e compositore di opere straordinarie come A’ livella e Malafemmina. Privato del riconoscimento del mondo forse proprio a causa della lingua, con le sue stralunate deformazioni, ne ha saputo paradossalmente evidenziare i limiti trasformandoli in libertà inventiva, coniando neologismi e nuovi linguaggi, nuovi pensieri e nuovi modi di essere. Nessun sottotitolaggio, neppure il più preciso, può rendere giustizia degli intraducibili fuochi d’artificio semantico che riusciva a compiere con i suoi celebri “qui pro quo” linguistici. “In questo universo globalizzato in cui pare che ormai tutti vedano gli stessi film e mangino lo stesso cibo -ha osservato Umberto Eco-, esistono ancora fratture abissali e incolmabili tra cultura e cultura.
Come faranno mai a intendersi due popoli [cioè cinesi e italiani] di cui uno ignora Totò?” Fortunatamente Totò non recitava solo con le parole. Giocava con la sua faccia, profittando di un viso irregolare per trasformarlo in “mascella deragliata” delle infinite possibilità espressive e di un corpo non aitante per renderlo “marionetta disarticolata”. Anche senza parole Totò fa ridere, perché la sua è una comicità che viene da troppo lontano per essere ingabbiata in una storia, in un genere, in un lessico. E neppure da un regista. Pur avendo lavorato anche con importanti autori, oltre ai già citati Pasolini e Rossellini, come Monicelli, Comencini, Lattuada, De Sica, Bolognini, Blasetti, Risi, Zampa, Eduardo De Filippo, Totò ha reso di più proprio con quelli forse meno validi tutorialmente ma più capaci di intuirne ed accettarne le doti comiche lasciandolo libero di scatenare queste qualità senza troppo badare al copione, alla scena, al personaggio, come Mattoli, Mastrocinque, Steno, Corbucci, Bragaglia, Cerchio. Egli attraversa tutto ciò come se fosse secondario, nella sicura leggerezza di un rapporto stabile fra il “suo” essere ed il sentire del “suo” spettatore.
Non si fa isolare nella singolarità di un’opera ed in questo conquista riconoscibilità personale. Come Charlie Chaplin, come Buster Keaton, come Harold Lloyd, come Tati. Grazie alle celebrazioni che si stanno organizzando a Napoli ed in giro per l’Italia ma anche nel mondo a cinquant’anni dalla sua scomparsa Totò potrà finalmente ottenere il dovuto risarcimento. Ai critici, agli studiosi, ai ricercatori il compito di ri-considerarne il valore. Al pubblico il piacere di ri-scoprirlo, di apprezzarne e di gustarne le doti, ma sopratutto di ri-trovare le stesse risate, libere e gioiose, che hanno riempite le platee di ogni città del nostro Paese. Qui e ora.
Come artista dalle tante facce, fenomeno eccelso di pura comicità, burattino futurista, poeta surrealista, eroe plebeo, personaggio neorealista, mimo lunare e clown triste, finalmente diventato cittadino del mondo e, grazie al cinema che permette di assaporarne all’infinito la sua maestria, mai scomparso ma sempre vivo, ai nostri occhi e al nostro cuore.

di VITTORIO GIACCI

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