L'INTERVISTA

Goffredo Fofi e il ricordo di Totò a 50 anni dalla morte del grande artista

Goffredo Fofi e il ricordo di Totò a 50 anni dalla morte del grande artista
La sua era una comicità di tipo metafisico, andava contro i limiti della natura, era un genietto fastidioso, simpatico e mosso dagli istinti vitali della fame: che era una fame di cibo, di sesso, di spazio ('Totò cerca casa') e come diceva lui stesso la molla della sua comicità era la fame e la curiosità

Saggista, critico teatrale, letterario e cinematografico, è divenuto nel tempo una voce autorevole del panorama culturale nazionale. Parliamo di Goffredo Fofi che abbiamo intervistato a proposito del grande Totò, a cinquant'anni dalla sua morte, e sulla cui figura Fofi già nel 1972 inizia a pubblicare libri. La sua visione da intellettuale engagé è da sempre volta alla costruzione di una rete alternativa all'omologazione culturale e proprio in virtù di questo ci ha restituito un ricordo dal taglio originale del grande comico napoletano.

Lei è stato uno dei critici che ha rivalutato la figura di Totò già negli anni '70. Secondo lei Totò in vita ebbe il giusto riconoscimento?

In vita Totò fu molto amato non solo dal popolo italiano in generale, faceva film che erano campioni di incasso dell'epoca, ma anche da molti critici e intellettuali come Palazzeschi, Zavattini e tanti altri. Solo che c'era il pregiudizio di dire che il vero Totò era quello bravo dei film col cuore in mano, quello dove faceva il personaggio più realistico, più credibile, più sentimentale, più neorealista diciamo. Mentre l'altro Totò, il 'pinocchio' e il rompiscatole se vogliamo, era il Totò della comicità volgare; quindi i suoi film che veramente incassavano e che piacevano tanto agli italiani erano considerati rozzi, brutti e lui era accusato di prestarsi a delle operazioni volgari. Oggi la critica ha ampiamente capito che Totò è proprio quello, il Totò più libero: quello dei film di Mattoli, di Monicelli, di Steno e di Bragaglia, ossia gli 'artigiani', che non quello dei grandi registi che lo portavano dove volevano loro come De Sica che lo portò verso il neorealismo ad esempio. Pasolini, tra questi, forse fu l'unico che lo capì meglio sapendo vedere il fondo persino metafisico della comicità di Totò, questo suo voler uscire dai limiti dell'umano, questo venire da molto lontano, da una storia antica, dalle viscere in qualche modo della comicità italiana un pò come Pulcinella e non a caso la maschera di Pulcinella era come un sudario, veniva dal mondo dei morti. La sua era una comicità di tipo metafisico, andava contro i limiti della natura, era un genietto fastidioso, simpatico e mosso dagli istinti vitali della fame: che era una fame di cibo, di sesso, di spazio ('Totò cerca casa') e come diceva lui stesso la molla della sua comicità era la fame e la curiosità. Che poi sono due cose molto simili, tanti filosofi hanno detto che la fame e la curiosità sono la base della civiltà umana, la spinta a soddisfare la fame rende poi intelligenti gli esseri umani e in grado di confrontarsi con la realtà in modo più attivo.

Tutto questo oggi è ovviamente molto chiaro. Ma lei allora, nell'epoca di Totò, come lesse l'arte di questo grande artista?

Totò morì nel 1967 ma di riconoscimenti ne aveva avuti quanti ne voleva oltre anche all'affetto del pubblico enorme che lui aveva. Però credo che l'unico vero suo rimpianto fu quello di non aver potuto fare un film che lo imponesse anche sul mercato internazionale. Sognava di fare un film muto che potesse essere capito da tutti come Charlot, Buster Keaton e Stanlio&Ollio. Film muto, di sketch inventati da lui con qualche regista, ha provato a farlo e ha cercato di convincere i produttori Ponti e De Laurentis, ma nessuno ha voluto azzardare questa impresa perchè pensavano che era molto più facile fare in due settimane un filmetto veloce che incassava moltissimo invece che mettere in piedi un'impresa di questo genere che era per loro un'operazione troppo intellettuale e sofisticata.

A proposito di questo non è ben chiaro come mai Federico Fellini, che ne riconobbe il grande potenziale, scelse di non realizzare con Totò un film. 

Sia Fellini che Totò venivano entrambi dall'umorismo degli anni '30, dalla frequentazione del teatro di rivista e di avanspettacolo. Fellini nasceva più dai giornali umoristici e però aveva scritto anche per i comici, aveva fatto lo sceneggiatore per Fabrizi e per tanti altri. Quindi era in grado di capire Totò e di vederne la differenza, ma credo che era un pò spaventato perchè si creava anche una situazione di gelosia. Ad esempio Pasolini azzardò con Totò però sapeva che Totò forse era più forte di lui, quindi doveva anche mettersi al servizio di Totò e non usarlo. Fellini nella sua idea di riplasmare tutto probabilmente di questo aveva un pò più paura; in più aveva provato a far recitare Totò nel film 'Giulietta e gli spiriti' ma per questione di costi rinunciò prendendo un piccolo attore comico americano mediocre che costava infinitamente meno rispetto al budget che Totò aveva all'epoca. Ma soprattutto penso perchè ne aveva paura, lo spaventava questa sua libertà: ad esempio in un film come "I clowns", dove c'erano tutti gli attori sopravvissuti al teatro di rivista e dell'avanspettacolo, Totò avrebbe sicuramente primeggiato e gli altri sarebbero stati sue spalle. Lui era più forte e forte al punto tale da mettere in crisi il regista stesso.

Il suo essere, se vogliamo, un 'buffone serissimo', in che modo rispecchiò la società dell'epoca, quella a lui contemporanea?

Forse il Totò più grande, secondo quelli che hanno avuto la fortuna di vederlo, fu quello del teatro. Però nel cinema, mentre sotto il fascismo lui non poteva esprimersi con molta libertà per cui era più una macchietta che non un personaggio, dall'immediato dopoguerra in poi - in un'Italia che risorgeva dalle ceneri della guerra e che aveva una vitalità strabocchevole, una grande voglia di vivere, voglia di ricostruire e di andare avanti - Totò incarnava tutta quella massa enorme di popolo che era un popolo di analfabeti e disoccupati, un popolo di contadini, di artigiani e di operai. Non era il popolo dominante piccolo-borghese come è quello di oggi, un popolo impiegatizio e mercantile. Quello di allora era un popolo molto più composito e molto più povero e Totò li vendicava in qualche modo, li seguiva in questa spinta di vitalismo anche a volte sfrenato.

Secondo lei quale potrebbe essere oggi il miglior modo per ricordare Totò a 50 anni dalla sua morte?

Il modo migliore sarebbe quello di fare la rivoluzione - ovvio che è una battuta - ma cercare di cambiare questa società e credo che forse quello che manca di più alla società contemporanea è un sistema culturale scolastico di livello serio. Per esempio la scuola, se volessero i dirigenti e i ministri etc, potrebbe essere il luogo dove spiegare la storia d'Italia e l'Italia anche attraverso il cinema e partire da Il Comico che è comprensibile: io a 8 anni guardavo Totò e mi entusiasmavo. Totò era molto amato dai bambini perchè era un personaggio un po' surreale come Topolino e Paperino, come gli eroi dei fumetti e quindi questo aspetto andrebbe un po' ripreso. Bisognerebbe fare delle antologie dai film di Totò da far vedere nelle scuole, commentate con insegnanti adeguati che capiscono qualcosa della storia d'Italia, della storia del comico, della nostra cultura nazionale, delle nostre radici più profonde e dei suoi problemi più storicamente forti.

di SIMONA RUSSO

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