L'INTERVISTA

Pupi Avati, nei miei film l'uso della musica è diventato "vendetta e risarcimento"

Pupi Avati, nei miei film l'uso della musica è diventato "vendetta e risarcimento"
Prima di “8½” pensavamo che il regista in realtà si limitasse ad essere una sorta di vigile urbano che regolava il traffico, niente di più. Invece vedendo “8½” ti rendi conto che il regista cinematografico è ben altra cosa: ha un suo mondo che cerca di rappresentare, ha una sua creatività ed ha anche dei suoi limiti umani evidenti

Il suo esordio cinematografico avviene con due horror grotteschi: "Balsamus, l'uomo di Satana", con protagonista uno stregone nano, e "Thomas e gli indemoniati", entrambi del 1970. A quasi 50 anni di distanza il regista Pupi Avati torna alle "origini" con un film gotico in preparazione. Abbiamo intervistato il maestro mentre a Cannes si è appena aperta la 70^ edizione del Festival, Pupi Avati ci restituisce il suo personale ricordo di quando fu giurato nel 1994. Ci racconta anche delle sue principali passioni e dell'arte del fare regia.

Lei è un maestro indiscusso del cinema italiano con il quale molti attori amano lavorare, come Haber e Abatantuono. Lo si può definire rapporto empatico quello che lei riesce a creare sul set con i suoi attori?

Il fine è sicuramente quello. Il tentativo, la volontà e gli sforzi mirano sempre a quel tipo di rapporto ma non sempre si riesce, ci sono a volte delle situazioni di resistenza psicologica. D’altronde è come nella vita, è normale che ci siano persone che non si lasciano amare e non permettono agli altri di entrarvi e rimangono chiuse nella loro dimensione, spesso anche sopravvalutandosi. E allora, in quel caso, bisogna rassegnarsi a non stabilire un rapporto umano e a limitarsi al rapporto professionale. Ma è evidente che questo non è quello che ci si augura quando si inizia a lavorare ad un film.

Con quali attori, che oggi non ci sono più, avrebbe voluto lavorare?

Sia Alberto Sordi che Marcello Mastroianni sono due attori con i quali avrei voluto lavorare e rappresentavano due personalità che sicuramente mi avrebbero aiutato a crescere. Sordi doveva avere il ruolo, che è poi è stato di Giancarlo Giannini, nel mio film "Il cuore altrove". Dopo aver letto il copione, mi disse che non se la sentiva e quindi quella fu una grande occasione mancata.

Oggi si producono sempre più serie TV di alto profilo e la fiction diventa sempre più simile nella resa tecnica al cinema. Che differenza c’è tra cinema e fiction secondo lei?

La differenza parte dalla serialità e dalla volontà della fiction di essere quasi sempre didascalica rispetto al cinema. Il racconto che si fa in televisione è un racconto che deve essere compreso e condiviso dalle fasce di pubblico anche meno provviste di strumenti di decodificazione. Mentre, invece, nel cinema e soprattutto nel cinema di un pò di tempo fa si poteva contare su un pubblico del tutto speciale e quindi puntare ad un linguaggio più “sofisticato”. Quindi si tratta più di una differenza di linguaggio dato che ormai gli strumenti tecnici in uso, sia che si tratti di realizzazione cinematografica che di fiction tv, sono gli stessi.

Lei ha dichiarato più volte di essere un “musicista fallito”, proprio perché il suo sogno era quello di suonare. Le sue più grandi passioni sono sempre state il cinema, la musica e la sua città: Bologna. Come ha coniugato questi tre amori nel suo mestiere di regista?

Credo non sia stato così difficile perché ho iniziato a dedicarmi al cinema nel momento in cui ho lasciato Bologna, ed ho avvertito che quei 350 km che si interponevano tra me e la mia città mi permettevano di vederla da un punto di vista che non avevo mai considerato e mi consentivano di raccontarla in maniera diversa. Se fossi rimasto a Bologna probabilmente questa necessità non l’avrei avvertita, l’urgenza di raccontarla in quel modo è arrivata nel momento in cui Bologna è iniziata a mancarmi e l’ho ricostruita a volte con una visione solare, raffigurante e con storie di amicizie e affetto. Altre volte ho raccontato Bologna attraverso storie più problematiche, più ruvide, spigolose e meno raffiguranti. La musica, invece, è stata una sorta di “vendetta” nel mio cinema nel senso che non essendo potuto rimanere a fare quello che mi sarebbe piaciuto più di tutto fare, cioè suonare, è evidente che utilizzare la musica in un certo modo per accompagnare le mie storie è diventato una sorta di “risarcimento”.

Lei decise di dedicarsi al cinema dopo essere rimasto folgorato dalla visione del film “8½” di Federico Fellini. Cosa la colpì in particolare quando vide questa pellicola?

Mi affascinò l’autore, il regista in quanto creatore di qualcosa che andava molto al di là di quella che era la piatta coreografia di un film. Noi pensavamo, prima di “”, che il regista in realtà si limitasse ad essere una sorta di vigile urbano che regolava il traffico, niente di più. Invece vedendo “” ti rendi conto che il regista cinematografico è ben altra cosa: ha un suo mondo che cerca di rappresentare, ha una sua creatività ed ha anche dei suoi limiti umani evidenti. Insomma, Fellini ha “rovinato” molti ragazzi e non solo me.

Pochi sanno che lei collaborò alla sceneggiatura di “Salò o le 120 giornate di Sodoma” di Pier Paolo Pasolini che, per questioni di diritti, non risulta accreditata. Che ricordo ha di quella collaborazione?

Ho un ricordo di Pasolini come di una persona straordinaria, perché era una persona di una dolcezza e di una sensibilità elevatissima. Per quello che riguarda il progetto in se stesso io mi sono dovuto molto “violentare” perché era una storia estremamente dolorosa e Pasolini ha fatto di tutto per aggravarla e renderla ancora più terribile. Per cui in quella casa, dove nella cucina attigua c’era la madre di Pier Paolo che preparava da mangiare mentre noi al di qua del muro discutevamo di morte e cose tremende, è stata una specie di scuola di vita ed è stato li che ho capito che gli attori possono veramente tutto.

È appena partita la 70^ edizione del Festival del Cinema di Cannes. Che ricordo ha del Festival nel suo ruolo di giurato nel 1994?

Io ho partecipato sia come giurato sia per tre volte con i miei film. È evidente che il ruolo di giurato è un privilegio che vivi in quel magnifico contesto e tra l’altro facevo parte di una giuria molto speciale, presieduta da Clint Eastwood come presidente e Catherine Deneuve come vicepresidente, quindi una giuria molto prestigiosa e il trattamento riservato alla giuria a Cannes è davvero di un livello altissimo. Ricordo che eravamo molto perplessi perché non c'era unanimità su nessun film ed eravamo praticamente all'ultimo giorno quando venne proiettato "Pulp fiction" di Tarantino che piacque immensamente a tutti e trovammo unanimemente la Palma d'Oro.

Ad un giovane che oggi aspira a diventare regista cosa si sente di consigliare?

Prima di tutto essere registi è essere narratori e quindi deve possedere un suo mondo, un suo sguardo sulle cose. Bisogna avere delle storie da raccontare e quindi l'esercizio migliore per un regista è la scrittura. Un autore cinematografico che ha l'autonomia della scrittura e quindi che ha la possibilità e l'opportunità di scrivere per se stesso, ha sicuramente una marcia in più rispetto al regista che dipende da altri.

Lei in questo momento sta lavorando ad una nuova idea per un prossimo film?

In questo momento sto lavorando ad un film che si chiama "Il signor Diavolo". È un film gotico, nero, ambientato nella laguna del Polesine agli inizi degli anni '50. Ricorda le atmosfere tenebrose degli inizi del mio cinema e sarà abbastanza pauroso sulle credenze, i riti e la parte esoterica della cultura contadina.

Cosa rappresentava il cinema quando lei era bambino?

Rappresentava una fuga dalla realtà, da quell'Italia orrenda fatta di paura, fame e bombardamenti che avevano distrutto tutto. Entrare in una sala cinematografica e vedere sullo schermo i film hollywoodiani era come vedere un mondo magico e meraviglioso dal quale nessuno di noi avrebbe voluto mai uscire. Infatti i film li guardavamo 4-5 volte di seguito.

di SIMONA RUSSO

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