CRITICA

Alien: Covenant

Il tempo è collocato circa dieci anni dopo i fatti di Prometheus, ma Scott a malapena si ricorda di quel film e suppongo cerchi di nasconderlo sotto il tappeto, per cui a causa di un incidente fa in modo che la Covenant debba fare scalo su un pianeta distante dalla sua destinazione ma che sembra avere ottime qualità per ospitare la vita.

Ridley Scott ci riprova. A distanza di cinque anni, l'innovatore della fantascienza fine anni '70, il  creatore di replicanti malinconici e di xenomorfi indistruttibili e terrorizzanti, dopo aver fatto fiasco con Prometheus, storia confusa che avrebbe dovuto essere un prequel del primo Alien dal grande respiro visionario, ma estremamente scarso nei contenuti, torna a collocare una nuova astronave, la Covenant appunto, nel consueto cosmo minaccioso e tenebroso che caratterizza il franchising della saga. La Covenant è in missione di colonizzazione  verso un pianeta simile alla Terra con a bordo duemila persone in stato criogenico sorvegliate dal buon androide Walter (ma forse più che androide preferirebbe il termine "persona artificiale" come il caro Bishop di Aliens si raccomandava di essere definito).
Il tempo è collocato circa dieci anni dopo i fatti di Prometheus, ma Scott a malapena si ricorda di quel film e suppongo cerchi di nasconderlo sotto il tappeto, per cui a causa di un incidente fa in modo che la Covenant debba fare scalo su un pianeta distante dalla sua destinazione ma che sembra avere ottime qualità per ospitare la vita. Peccato che, ovviamente, sappiamo già chi incontreranno i nostri sfortunati eroi. Ridley Scott e gli sceneggiatori ce la mettono tutta per imbastire un film che almeno ricordi i fasti della saga ma, purtroppo, nonostante un'ottima ambientazione e la tecnologia post-produttiva del 2017, il risultato è mediocre. Assistiamo ad una prima parte che ripropone i canoni e gli stereotipi già visti negli altri film e ad una seconda parte che non riesce a tenere il passo al ricordo di una Ellen Ripley atterrita di fronte all'ignoto, né all'allegra combriccola di marines dello spazio che in maniera sbruffona e cialtronesca andavano verso la morte in Aliens, o alla tetra e raccapricciante atmosfera di Alien 3 (che resta comunque sempre il peggiore della saga).
Alla fine, dopo esserci annoiati un pò', aver fatto qualche saltino canonico sulla sedia e rimuginato su un "colpo di scena" senza sussulti, ci ritroviamo a fare i conti con un film di fantascienza senza infamia e senza lode, uno dei tanti prodotti che la Hollywood moderna ci propone continuando a raschiare il barile delle vecchie glorie per poi ostentarle  come Gloria Swanson in Viale del tramonto girava sulla sua "Isotta Fraschini Tipo 8A" del 1929.

di GIANLUIGI FEDELI

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