L'INTERVISTA

La regista Liliana Cavani, il cinema sociale e politico in un'Italia bigotta

La regista Liliana Cavani, il cinema sociale e politico in un'Italia bigotta
Oggi sicuramente per parlare di emarginazione sociale basta andare nelle periferie delle grandi città, dove si trovano situazioni pazzesche. Per un mio lavoro ho fatto delle riprese nel cosiddetto “Serpentone” di Roma, un edificio mostruoso che risale agli inizi degli anni '70, un palazzo-città che è un vero e proprio ghetto

Interamente votata ad un cinema sociale e politico rivoluzionario nel suo genere, Liliana Cavani si distingue come regista fin dagli inizi della sua carriera realizzando una lunga serie di servizi televisivi di forte impatto. Regista cinematografica, televisiva e teatrale è un'autrice di lucida intelligenza e con un senso rigoroso del dramma. Si è posta in un'ottica deliberatamente al di fuori della morale tradizionale, per esplorare da un'angolazione intimista gli abissi della storia e della psiche umana. L'abbiamo intervistata e ci ha restituito uno spaccato della sua carriera attraverso un piccolo excursus delle sue esperienze professionali.

All'inizio della sua carriera lei ha realizzato vari documentari e inchieste di stampo sociale e politico. Cosa l'ha spinta a indirizzare il suo interesse professionale in questa direzione?

All'inizio ho lavorato per la televisione, avevo vinto uno di quei concorsi che la Rai faceva ed io stavo frequentando il Centro Sperimentale. Nasceva il canale culturale e affrontavo un concorso nel quale facevano delle selezioni molto serie, all'epoca nel mio concorso c'erano personaggi come Siciliano ed in quello precedente c'era stato Umberto Eco etc. Erano delle selezioni molto dure e difficili ed io mi sono ritrovata li. Il mio desiderio era quello di fare la regista e ho cominciato a dedicarmi a varie inchieste perchè era necessario farlo e mi ha interessato molto farlo.

Perchè era necessario realizzare delle inchieste di stampo politico/sociale?

Io avevo studiato Lettere Antiche e conoscevo più la storia dei Greci e dei Romani che la storia a me contemporanea, quindi ho trovato giusto approfondire temi e problematiche più vicine a me nel tempo e nello spazio.

Nel cinema italiano di oggi c'è ancora un valido interesse verso il tema sociale e politico?

Ci sono sicuramente dei film che affrontano questi temi e ne parlano, direi che c'è abbastanza questo interesse. Noi abbiamo la tendenza a voler fare la commedia a tutti i costi, io adoro la commedia se fatta bene. Diciamo che adesso, magari, non ci sono più dei grandi come ci sono stati: i Dino Risi non sono frequenti. Qualche bel film impegnato esce ma poi accade che non vanno in distribuzione, e questo è un altro problema ancora.

A questo proposito, quali sono i registi attuali che lei apprezza?

Sicuramente Nanni Moretti e Paolo Sorrentino ritengo che siano registi molto validi.

Lei prima ha ricordato il suo periodo al Centro Sperimentale di Roma, quando nel 1962 si diploma e vince il 'Ciak d'Oro' con il suo lavoro “La battaglia”. Che ricordo ha del Centro Sperimentale di Cinematografia?

Ho un ricordo molto bello perchè eravamo 4 studenti italiani ma poi c'erano 19 uditori che venivano da tutte le parti del mondo: da Cuba, dalla Bolivia, dalla Colombia, dal Nord Europa etc. Era un ambiente internazionale interessante e stimolante. Adesso credo che non ci sia più questo tipo di internazionalità, ed allora invece era molto importante perchè sprovincializzava tutti noi, si era a stretto contatto, si mangiava insieme e c'era un continuo scambio. Era un'ottima opportunità di crescita e confronto.

“Il portiere di notte” (1974) è forse la sua opera più celebre. Nella critica e nel pubblico italiano provocò forti reazioni a causa del 'disturbante' tema della 'memoria' che nel film coincide con l'Olocausto, con la trasgressione sessuale e il rapporto vittima-carnefice. Perchè in Italia fu addirittura vietato ai minori di 18 anni?

Questa visione fu il frutto della critica cattolica italiana balorda. Sa come la commissione giustificò il fatto di dover vietare questo mio lavoro ai minori di 18 anni? Mi dissero che nel film: "lei fa l'amore stando sopra di lui" ed io risposi: "capita!". Ha capito, il livello era questo...di vecchi cattolici balordi! Non è accaduto così nella critica internazionale, il film è uscito in Francia ed ha ha avuto ottime recensioni. Giudizi esaltanti da parte della stampa internazionale: in Inghilterra e in America c'è stato un dibattito su questo mio lavoro. Qui in Italia, invece, il film è stato ritirato tre volte a causa di questa finta società cattolica, spero e suppongo sia finta altrimenti sarebbe arci-ridicola. L'Italia è un paese bigotto!

Nel 1971 lei dirige “L'ospite”, presentato al Festival di Venezia fuori concorso, che racconta la storia di una donna ricoverata in un manicomio-lager e che tenta invano di reinserirsi nella società dei “sani”. Dopo la legge Basaglia i manicomi vengono chiusi e quindi oggi non esistono più. Se lei oggi dovesse realizzare un lavoro che parla dell'emarginazione sociale, su cosa punterebbe?

All'epoca purtroppo esistevano questi terribili istituti per cui, poi, Basaglia fortunatamente si batte per farli chiudere. Questo lavoro è stato girato quasi interamente all'interno di quello che era l'Istituto psichiatrico di Pistoia e che credo valesse per l'intera regione. Ospitava 600 reclusi, metà uomini e metà donne, che venivano trattati come delle 'galline all'ingrasso' perchè gli somministravano moltissimi ipnotici e stavano in sei padiglioni, davanti avevano una sorta di cortile recintato con una rete e stavano li come dei polli di allevamento. Non c'era nessuna cura seria ed era una cosa scandalosa. Basaglia è stato fondamentale per porre fine a questa cosa che consisteva in vere e proprie prigioni e niente di più.
Oggi sicuramente per parlare di emarginazione sociale basta andare nelle periferie delle grandi città, dove si trovano situazioni pazzesche. Per un mio lavoro ho fatto delle riprese nel cosiddetto “Serpentone” di Roma, un edificio mostruoso che risale agli inizi degli anni '70, un palazzo-città che è un vero e proprio ghetto. Queste sono realtà tremende dove le persone che le abitano sono degli emarginati, fenomeno sociale e di edilizia popolare di emarginazione. Un piano di emarginazione sociale studiato a tavolino, altrimenti non posso spiegarmi come un architetto possa pensare di progettare un edificio come questo.

Ha dichiarato che sin dall'infanzia lei fu sedotta dalla settima arte grazie a sua madre che la accompagnava spesso al cinema. Quanto conta in questo mestiere l'imprinting che si riceve da bambini?

Questo non lo so. So solo che mia madre adorava il cinema e mi portava a vedere film molto spesso e mio padre era un architetto e andavamo a visitare molti musei. Sta di fatto che il mondo delle immagini ha sicuramente fatto parte della mia vita fin dall'infanzia.

Lei vanta anche un importante curriculum come regista di opere liriche. Cosa ha rappresentato per lei questa esperienza?

E' stato un grande piacere perchè amo la musica e il teatro, questo ruolo mi ha molto divertita. Mi fu proposto, all'inizio non volevo quasi farlo e poi invece ci ho preso gusto e mi ci sono trovata bene. Nel teatro, rispetto al cinema, c'è un modo di raccontare tecnicamente molto diverso. L'anno scorso ho fatto una 'Filumena Marturano' che è teatro puro. Eduardo De Filippo e il teatro napoletano mi piacciono moltissimo, anche la prosa può essere molto bella da raccontare.

di SIMONA RUSSO

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