CRITICA

"Ho amici in paradiso" di Fabrizio Maria Cortese, la sostenibile leggerezza del dolore innocente

Il film racconta le vicende di un commercialista salentino, Felice Castriota, il quale, per arricchirsi in modo facile si presta a riciclare denaro proveniente da attività malavitose ma viene scoperto in flagrante e, per evitare il carcere, accetta la proposta del Procuratore della Repubblica di denunciare il capobanda Savinuccio Riccio detto U’Pacciu

“La leggerezza è un salvagente nella corrente della vita”
Karl Ludwig Borne, Frammenti e Aforismi

Nella ricca filmografia, anche recente, sulla disabilità spicca, per originalità e novità, freschezza tematica ed efficacia narrativa, Ho amici in paradiso, opera prima di Fabrizio Maria Cortese, presentata all’XI° Festa del Cinema di Roma nella sessione autonoma “Alice nella Città”, in vari festival ed in diverse proiezioni speciali tra cui quella nella Sala Cardinal Deskur presso la Filmoteca Vaticana; all’Auditorium della Conferenza Episcopale in occasione della XX Giornata mondiale del malato; alla Camera dei Deputati; al XII° Los Angeles Italia-Film, Fashion and Art Fest; e pluripremiata con numerosi riconoscimenti.

Il film racconta le vicende di un commercialista salentino, Felice Castriota, il quale, per arricchirsi in modo facile si presta a riciclare denaro proveniente da attività malavitose ma viene scoperto in flagrante e, per evitare il carcere, accetta la proposta del Procuratore della Repubblica di denunciare il capobanda Savinuccio Riccio detto U’Pacciu patteggiando la detenzione con l’affido per dodici mesi ai servizi sociali. Felice viene assegnato all’istituto “Don Guanella” di Roma dove si imbatte in una realtà completamente diversa da quella a cui era abituato, a diretto contatto con i disagi quotidiani di una variegata disabilità. L’ambiente del centro in cui si trova necessariamente a convivere con persone affette da fragilità fisiche ed intellettive e l’incontro con Don Pino, responsabile dell’Istituto, con la psicologa Giulia, con l’educatrice Katia, con Carmelina, una ragazza down maestra di tango per i degenti, ma sopratutto con Antonio, un giovane paraplegico, modifica progressivamente il carattere e le abitudini di Felice che impara ad accettare l’inabilità, sentendosi parte di quella comunità, una nuova grande famiglia che gli regala inaspettatamente una serenità mai provata prima fino a farlo sentire, finalmente e per la prima volta, un uomo. Accortosi delle insospettate qualità attoriali di Antonio, capace di recitare il Riccardo III di Shakespeare, Felice, che ha un trascorso di interprete e di regista in compagnie teatrali amatoriali decide, d’accordo con Don Pino, anch’egli attore in gioventù, di sviluppare un programma di teatroterapia, mettendo in scena proprio quella tragedia in cui coinvolge tutti gli ospiti dell’Opera. Lo spettacolo, purtroppo, non vedrà mai la luce per la morte improvvisa di Antonio mentre recita le battute finali del re prima di morire: “Un cavallo, un cavallo. Il mio regno per un cavallo”. Distrutto da questo evento, Felice, che ha concluso il suo periodo di pena, decide di lasciare l’Istituto ma i complici di U’ Pacciu, nel frattempo uscito di galera, lo rapiscono sequestrandolo in una masseria di Gallipoli da cui verrà raggiunto e liberato dagli ospiti del Don Guanella nell’ insolita veste, tanto imprevedibile quanto per loro esaltante, di inseguitori e liberatori, non più nella finzione di un palcoscenico ma nell’ esperienza della vita reale. Il finale vedrà nascere anche una storia d’amore tra Felice e Giulia.

Avvalendosi di attori professionisti e disabili autentici in straordinaria simbiosi recitativa, Fabrizio Maria Cortese, consapevole della difficoltà oggettiva di rappresentare l’umanità dell’handicap e della debole attrattività esercita da un racconto in chiave informativo-didascalica, sceglie la strada in apparenza meno adatta alla materia e ritenuta spesso discutibile di un intreccio che inserisce l’argomento in una narrazione di situazioni e di personaggi nelle forme e nelle modalità agrodolci della commedia italiana, dei suoi codici e dei suoi stilemi, delle sue costanti e delle sue varianti, con interessanti contaminazioni nella comicità gestuale del cinema muto.

Trattandosi di un materiale complesso che esige pudore e rispetto, la scelta comica è sempre sembrata infatti la meno appropriata, quand’invece, se filtrata dalla necessaria sensibilità e da un approccio non consolatorio, si offre come un dispositivo valido e lecito, evidente già nel cinema delle origini, nella coincidenza ontologica tra eroe comico e handicappato. Il gag nasce sempre, infatti, da un confronto, o meglio, da uno scontro tra norma e anormalità, tra integrazione e respingimento, tra regole della convenienza e disadattamento ed il riso viene provocato dall’effetto di scompenso e dalla catastrofe inevitabile che questo scontro produce in un mondo visto come ostacolo.

Non a caso i vari personaggi del muto si chiamavano (perlomeno nella versione italiana, “Tontolini” (Ferdinand Guillaume), “Cretinetti” (André Deed), “Ridolini” (Larry Semon), per non dire di grandissimi artisti come Charlie Chaplin, Buster Keaton, Harold Lloyd, sempre in lotta con una società che li respinge in quanto diversi, costruzione narrativa ribadita nel cinema sonoro dagli ottusi “disabili primari” Stanlio e Olio (Stan Laurel e Oliver Hardy), detti anche “Cric e Croc”, da Hulot, il mimo silenzioso e confuso di Jacques Tati al “picchiatello” Jerry Lewis la cui comportamentistica fisica era simile a quella spastica, dallo “stralunato” Totò, il comico “dalla mascella deragliata” ad Harpo Marx, chiuso in un suo mondo autistico di “affetti celesti”, come l’ha magistralmente definito Jacques Deleuze.

In questa cornice, Fabrizio Maria Cortese affronta il mistero della sofferenza e del dolore con la forza di una invidiabile serenità d’animo che trasforma una situazione “scomoda”, a volte insostenibile, spesso irrappresentabile, in una fiaba moderna da cui sono assenti sentimenti come la rassegnazione, la disperazione, la rivolta, la buona coscienza od un consolatorio senso di colpa, per far emergere una dinamica spettacolare dove persino la malattia può diventare oggetto di intrattenimento e di affettuosa ed inoffensiva derisione, come nella divertente sequenza del pranzo servito a Felice e Giulia dagli ospiti della comunità nell’insolito ruolo di chef, cuochi, direttori di sala e camerieri che si trasforma ben presto in una irresistibile pantomima da “torte in faccia” e che si alimenta nelle delicate sequenze del ballo “sognato” tra Antonio e Carmelina come in osservazioni metalinguistiche (“Entriamo dal retro come nei film!) e citazioni cinefile (la masseria dove Felice è tenuto prigioniero si trova in via Pier Paolo Pasolini, cineasta tra i più attenti al tema delle diversità), o nell’inseguimento finale in pura tradizione “slapstick”.

Nell’universo codificato del genere il film irrompe con una grazia e una serenità tali da rendere naturale quell’equazione dolore=amore che è alla base di ogni gesto solidale e di ogni atto di volontariato, individuale o comunitario, e di cui Felice diventa, da rigido antagonista, prima incredulo testimone e poi partecipe protagonista di un personale ed interiore processo riabilitativo.

Attraverso uno scivolamento di senso, il testo primario (l’handicap) viene progressivamente affiancato e spesso superato da sotto-testi (la crescita umana del protagonista, le relazioni interpersonali amicali e sentimentali tra i personaggi; il rapporto di Giulia con il figlio adolescente, più complicato di quello con i malati; la ritorsione del capo-banda per la denuncia di Felice; il rapimento, l’inseguimento) che ne accrescono la dinamica diegetica e lo spessore psicologico.

Il film non si sofferma sui singoli casi clinici, non ne analizza le patologie, non si appaga dell’opportunità di esibire situazioni reali di veri handicappati rivestendole, magari, di gratuito pietismo. Al contrario, valorizza l’opportunità logistica del Centro Don Guanella per trasformare l’ambiente dell’istituto in un set teatrale ed i degenti in attori che assumono su di se la narrazione e la conducono in prima persona all’epilogo finale ed all’ inevitabile “happy-end” tipico della commedia.

In tal modo, uscendo decisamente dagli stereotipi assistenziali di una cronaca sanitaria e focalizzandosi invece sulla “storia del cambiamento di un uomo, di un percorso che si snoda attraverso l’amore, l’amicizia, il dialogo, la comprensione e il linguaggio” -come dichiara il regista forte di due anni passati al Don Guanella tra ricerche e laboratori- l’opera entra con determinazione stilistica in una dimensione ludica in grado di interpretare con sostenibile leggerezza (“un salvagente nella corrente della vita” la chiama lo scrittore tedesco Karl Ludwig Borne), l’insostenibilità del dolore -innocente perché senza dolo e senza inganno- quello che per il beato don Carlo Gnocchi, testimone di carità verso “gli ultimi della fila” e straordinario pedagogo, non doveva essere inteso come espiazione ma purificazione e redenzione, in un processo armonioso di assistenza, cura, riabilitazione e reinserimento.

Ogni luogo di assistenza è sempre una scuola di umanità e di riabilitazione e per Fabrizio Maria Cortese questa può avvenire, in una comunità come quella del Don Guanella, anche attraverso le moderne terapie, come la ludoterapia, la cineterapia o, come nel caso specifico, nella teatroterapia. Analogamente a quanto sperimentato in un altro ambiente “anomalo”, il carcere, da Paolo e Vittorio Taviani con Cesare deve morire (2012), dove si racconta di una compagnia di detenuti che mette in scena il Giulio Cesare di William Shakespeare, Ho amici in paradiso dispiega la sua ricchezza meta-linguistica nella volontà di rappresentare un altro dramma shakespeariano, quel Riccardo III la cui paradigmatica riflessione sulla deformità si intreccia con quella dei protagonisti, personaggi veri in cerca di un autore che sappia rappresentarli nella loro pienezza ed autenticità di persone, quindi di salvarli.

“Io che sono privo di questa bella simmetria, frodato nel volto dalla natura simulatrice…. Deforme, imperfetto, spinto prima del tempo in questo mondo che respira e, non appena formato a metà, così storpio, fuori da ogni forma comune, che i cani mi abbaiano contro quando passo vicino a loro zoppicando”, recita Antonio in perfetta sintonia tra vita vissuta e finzione scenica, ed alla domanda di Carmelina: “Perché Riccardo è cattivo, perché è storpio?”, risponde: “No, è furbo perché lui vuole piacere alla gente, dice queste cose perché poi il pubblico provi pena per lui e dopo lo ami”, descrivendo ad un tempo la sua parte nello spettacolo e la sua parte nella vita. E’ la vita redenta dall’arte, ed è sempre l’arte a far ritrovare alle persone la loro dignità ed a far nascere teneri sentimenti come quelli tra Giulia e Felice, tra Antonio e Carmelina.

Fanciulli di fronte ad un gioco più grande, i neo-attori si caleranno nella parte loro assegnata e, dopo la morte di Antonio in scena (come per Molière, avvenuta poco dopo aver recitato Il malato immaginario) e l’interruzione dello spettacolo, diventeranno a loro volta salvatori del loro salvatore, di cui, una volta superati gli iniziali pregiudizi che lo comprimevano nell’arroganza ed in un’arida povertà d’animo (aveva ribrezzo di loro, dormiva in macchina per non sentirli russare in camerata, non si svegliava in tempo per gli esami diagnostici a rischio della loro incolumità e li faceva ubriacare, mentre nelle prime sequenze del film viene mostrato alla guida di un auto che parcheggia sprezzantemente davanti al Tribunale nell’area riservata ai disabili) hanno sperimentato la sincera amicizia ed il suo farsi prossimo nei loro confronti.

Il valore del comportamento etico sotteso al film è evidenziato dalle parole di don Pino quando illustra ad uno spaesato Felice appena giunto all’Opera la prima regola della comunità: “Non esistono i no e non esistono le cattive maniere. Solo l’affetto e l’amore. Sii sempre gentile con i pazienti, ascoltali e abbracciali tutte le volte che te lo chiedono”.

Vale la pena di sottolineare che se questa “regola aurea” fosse applicata non solo all’interno di un luogo di cura ma nell’esistenza quotidiana di ciascuno il mondo sarebbe certamente “diverso”.

Fiaba moderna, come si è detto, ma anche profondamente radicata nella parabola evangelica del buon samaritano e nel sentimento francescano della letizia e dell’innocenza, virtù che, nelle immagini del Rossellini di Francesco giullare di Dio, (1) e nelle parole di Hermann Hesse: “Francesco peregrinava, intimamente lieto della sua conquistata libertà, per le valli e le verdi colline del paese, come un’anima lieta e gioiosa “ (2), si trasformano, nella loro perfezione semplice ed eterna, in una forza ed in un mezzo di lotta irresistibile ed irrefrenabile, veri antidoti spirituali contro le miserie della vita, Ho amici in paradiso illumina il proprio senso nel suo stesso titolo.

Quando la disabilità, come nel film di Cortese che, grazie al tocco leggero del suo sguardo, ha fatto emotivamente provare allo spettatore la sostenibilità del dolore ed accettarne la sua innocenza, riesce ad essere non più un ostacolo ma una risorsa ed il malato non più un impedimento ma un nostro maestro, come nell’esperienza di Felice, allora si può ben riconoscere che l’uomo è riuscito ad attuarsi al meglio nella propria umanità, ed il regista a realizzarsi nel suo film.
Vittorio Giacci

(1) cfr. Vittorio Giacci, La verità interiore, in: V. Giacci, E. Bruno (a cura di), Francesco giullare di Dio, Un capolavoro adottato, Istituzione Roberto Rossellini, Roma, 1997.
(2) Hermann Hesse, Francesco d’Assisi, Mondadori, Milano, 2013.

Ho amici in paradiso
regia: Fabrizio Maria Cortese; sceneggiatura: Fabrizio Maria Cortese, Giulia Lusetti, Stefano Piani; fotografia: Andrea Busiri Vici D’Arcevia; montaggio: Fabio Loutfy; sceografia: Anna Forletta; costumi: Maurizio Basile; musica: Stefano Caprioli; interpreti: Valentina Cervi, Fabrizio Ferracane, Antonio Catania, Antonio Folletto, Enzo Salvi, Emanuela Garucci, Christian Iansante, Gabriele Dentoni, Giustina Buonuomo, Erika Blanc, Daniela Cotogni, Mariano Belvedere, Michele Iannaccone, Giorgio e Paolo Mazzarese, Stefano Scarfini, Paolo Silo; produzione: Golden Hour Film, RAI Cinema in associazione con Opera Don Guanella e Desi in collaborazione con Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana e Fondazione dello Spettacolo; distribuzione: Golden Hour Film; nazionalità: Italia, 2017; durata: 91’.

di VITTORIO GIACCI

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