L'INTERVISTA

Fabrizio Maria Cortese, un 'Paradiso in terra' è possibile: inclusione nel cinema e rapporti umani autentici

Il regista durante delle riprese
Alcuni di loro durante le riprese non hanno più preso la terapia. La loro forza sta proprio nel riuscire a passare da un'emozione all'altra in pochi secondi. Quindi io ritengo che questa sia una grande cosa e vorrei dire ai produttori, ai distributori e a chi si occupa di cinema in generale, che se noi dobbiamo fare dei film dove compaiono persone diversamente abili, dobbiamo utilizzare i disabili veri e non andare a cercare attori professionisti che devono interpretarli. Questa è la vera inclusione, quella ambivalente

Il paradiso terrestre grazie al prezioso dono dell'amicizia, anche (e soprattutto) con chi è diverso. La riscoperta dei valori autentici e del rapporto umano vero, attraverso l’impegno nel volontariato sociale. L’inclusione delle persone con disabilità psichica e la storia di un cambiamento. L’approccio alla diversità con leggerezza e ironia, che però tanto sono distanti dalla superficialità. Questa la cifra stilistica che caratterizza “Ho amici in Paradiso”, la pellicola del regista Fabrizio Maria Cortese che abbiamo intervistato a proposito di questo suo lavoro, del tema dell'inclusione e del binomio disabilità-cinema.

Il suo film "Ho amici in Paradiso", uscito nelle sale il 2 Febbraio scorso, è un progetto che nasce dalla sua esperienza personale fatta all'interno del Centro di riabilitazione per disabili "Don Guanella" di Roma. Cosa ha significato per lei il contatto diretto con questo tipo di realtà?

Innanzitutto mi sono ritrovato li perchè avevo un amico arrivato in questo Centro in seguito ad un incidente stradale e quindi è stato tutto casuale. In seguito, frequentandolo ho conosciuto questi ragazzi, ospiti del Centro, che ho scoperto essere persone formidabili e mi hanno letteralmente cambiato la vita. Io sono li ormai da tre anni, questo è successo nel Giugno del 2014, frequentando il centro e vedendo recitare questi ragazzi durante uno spettacolo teatrale, attività che loro fanno durante la 'festa dell'incontro', ho capito che c'era la possibilità di poter scrivere qualcosa per loro. Individuando queste 7-8 persone ho intuito che potevano recitare in un film. Chiaramente non è stato semplice perchè ho dovuto organizzare un laboratorio all'interno del "Don Guanella", che è durato due anni, dove li ho potuti preparare con un vero e proprio laboratorio di teatro e cinema e dove abbiamo "giocato" al gioco dell'improvvisazione, del silenzio perchè non era semplice farli stare in silenzio all'inizio e poi dopo siamo passati dall'improvvisazione ad un rapporto vero di amicizia. Infatti per loro la cosa fondamentale è l'amicizia che nasce, loro ti danno per avere; se si rendono conto che c'è un problema, che li stai usando, è finita. Noi siamo diventati davvero amici e quando loro si sono resi conto di questo durante le prove, durante questo laboratorio, siamo andati veloci come il vento e abbiamo fatto insieme un percorso bellissimo che è servito a loro ma è servito anche e soprattutto a me.

L'idea di avvalersi degli stessi ospiti ricoverati nel Centro per il cast artistico del set, denota sicuramente uno degli elementi originali della pellicola. Ma questo non le ha creato problemi e difficoltà durante le riprese del film?

Assolutamente no. Perchè questi ragazzi sono diventati padroni della situazione in un tempo velocissimo, noi abbiamo finito di girare il film in cinque settimane e questo tra lo scetticismo delle persone attorno a me che magari dicevano che questo film non sarei mai riuscito a farlo o magari, se comunque fossi riuscito, però in chissà quanti mesi di riprese. Tutta la lavorazione è stata invece molto veloce, si erano stabilite cinque settimane di ripresa e così è stato. Loro sono stati davvero formidabili sia con me come regista sia con gli attori professionisti, insieme a loro hanno recitato attori come Antonio Catania, Enzo Salvi e Valentina Cervi.

A proposito di questo, sul set come è stato vissuto l'approccio reciproco tra attori professionisti e gli ospiti del Centro che hanno recitato in questo suo lavoro?

È stato vissuto all'inizio con un pò di timore, come è stato per me, ma che è stato superato già solo dopo un paio di giorni. Dopo di che anche gli attori professionisti sono andati spediti e si è creata una grande amicizia tra loro. Ancora oggi continuano ad andare a trovarli al "Don Guanella" perchè hanno un bellissimo rapporto umano vero tra loro.

Il nesso disabilità-cinema quanto può essere importante oggi?

Ritengo sia importantissimo. Quando si parla di attori che frequentano una scuola di teatro e quindi si attengono al famoso 'metodo Stanislavskij', nel quale come sappiamo una persona impara a 'interpretare': si lavora all'approfondimento psicologico del personaggio e sulla ricerca di affinità tra il mondo interiore del personaggio e quello dell'attore. Quindi si passa, ad esempio, da un'emozione come l'allegria e l'ironia ad un momento drammatico all'interno del film al quale si sta lavorando. Ecco, per fare questo un attore studia molto tempo e invece questi ragazzi, diciamo, nella loro 'incoscienza', con questa loro energia e con questo loro sentirsi persone diverse, perchè loro lo sanno e lo percepiscono, riescono perfettamente a interpretare il 'personaggio' e soprattutto a quel punto si sentono attori e non più persone diverse, disabili. Addirittura alcuni di loro durante le riprese non hanno più preso la terapia. La loro forza sta proprio nel riuscire a passare da un'emozione all'altra in pochi secondi. Quindi io ritengo che questa sia una grande cosa e vorrei dire ai produttori, ai distributori e a chi si occupa di cinema in generale, che se noi dobbiamo fare dei film dove compaiono persone diversamente abili, dobbiamo utilizzare i disabili veri e non andare a cercare attori professionisti che devono interpretarli. Questa è la vera inclusione, quella ambivalente e ci deve essere uno scambio autentico con loro.

Lei ha definito questo suo lavoro "una commedia agrodolce". Quanto è stato importante e difficile calibrare il sorriso e i passaggi leggeri con i toni amari che il tema stesso richiama?

Io ho raccontato una storia con leggerezza, la storia di un uomo. Mi sono sforzato di essere il meno pietista possibile, anzi ritengo che il film non abbia nessun tipo di pietismo. Abbiamo raccontato questa storia con loro che sono realmente delle persone diversamente abili, quindi si legge il dramma ma non si vede nel film che ho voluto rappresentare. In questo momento ci troviamo a Palma di Maiorca per il festival italo-spagnolo e poi andremo a Houston, stiamo continuando a girare per il mondo con questo lavoro.

Secondo lei nella nostra società siamo prossimi e proiettati verso l'inclusione oppure ancora lontanissimi?

Penso che siamo proiettati verso l'inclusione perchè è una strada 'obbligata' verso la quale bisogna andare e in molti ormai stanno prendendo coscienza di questo e ovviamente in tutti i campi. Occorre andare a congiungersi perchè oggi è diventato fondamentale più che mai superare il discorso delle differenze e delle emarginazioni e a questo proposito sono speranzoso.

di SIMONA RUSSO

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