L'intervista

Roberto Faenza, la necessità di informare e comunicare lontano dalle 'stanze del potere'

Roberto Faenza, la necessità di informare e comunicare lontano dalle 'stanze del potere'
"Il cinema normalmente ha paura del dolore e della malattia, ad esempio quando io ho fatto il film 'Un giorno questo dolore ti sarà utile', mentre il romanzo ha avuto un grande successo in Italia, il film no perché la parola ‘dolore’ viene percepita dagli spettatori come un qualcosa di repulsivo..."

Un uomo e un regista senza mezzi termini ne mezze misure che punta dritto alla verità e che 'ama dare voce a chi non ha avuto la parola', come lui stesso dice. Abbiamo intervistato Roberto Faenza che in questi giorni si trovava al 'Tuscia Film Fest' di Viterbo per parlare del suo ultimo film sul caso Orlandi "La verità sta in cielo", che come di consueto per Faenza ha sollevato molte polemiche. Un regista controcorrente che scava a fondo per far emergere ciò che è stato occultato tenacemente o caduto nell'oblio, come spesso accade nel nostro 'Belpaese'.

Lei è stato definito “regista scomodo e ribelle” per la sua capacità di leggere la società e la politica in maniera lucida ma anche fortemente critica. Cosa pensa di questa definizione che le è stata attribuita?

Forse qualcosa di vero c’è. Penso che questa attribuzione dipende dal fatto che i miei lavori sono stati molto controversi o censurati, come nel caso del mio secondo film “H2S” che è stato sequestrato e non è mai più uscito, “Forza Italia” è stato tolto dalla circolazione il giorno del sequestro Moro, nonostante che Aldo Moro nel suo memoriale lo avesse indicato come film da vedere per rendersi conto della spregiudicatezza del potere. Anche quest’ultimo mio film “La verità sta in cielo” ha sortito molte polemiche, quindi presumo che essendo i miei  film un pò ‘controcorrente’, abbiano portato a questo tipo di definizione.

A proposito di questi problemi di censura che lei ebbe già a partire dal suo esordio alla regia con “Escalation” nel 1968 e poi in seguito con i lavori che ha prima citato, ad un certo punto si trova costretto a lavorare all’estero. Perché in Italia è così difficile poter esprimere il proprio pensiero critico-intellettuale attraverso il cinema, in questo caso. E lo è ancora oggi come allora?

Io penso che in Italia è difficile comunque essere sempre fuori dal mainstream della comunicazione, ma non è da adesso. Basta pensare a cosa è successo a Giordano Bruno, a Savonarola, a Galileo Galilei. Cioè ogni volta che qualcuno osa mettere in dubbio l’informazione del potere, finisce al rogo o comunque finisce male. Quindi non è un qualcosa che appartiene soltanto all’ambito del cinema. Il cinema in Italia ha in più, direi, un’aggravante: in Italia il cinema non è libero. Cioè, mentre ad esempio in America se tu fai soldi puoi scrivere e fare qualsiasi tipo di film, non esiste censura negli States se tu fai soldi. Basta pensare che hanno fatto film contro Nixon mentre era in carica, prima del Watergate, o contro Bush mentre anche lui era in carica o come nel caso del regista-documentarista Michael Moore che sta per mettere in circolazione un film contro l’attuale Trump. Questo, quindi, vuol dire che in America esiste la libertà di espressione purchè tu sia commercialmente valido. In Italia questo invece non esiste, perché nel nostro paese il sistema di produzione e distribuzione è già di per se conformista, cioè tu oggi non puoi fare un film se non c’è una televisione che te lo ha comprato, non trovi i soldi. Se poi tu volessi fare un film contro il presidente della Repubblica non potresti nemmeno iniziare le riprese, perché non c’è questo tipo di libertà. Quindi in Italia abbiamo un cinema a soggetto e comunque subisce una censura che non è più una censura come ai tempi del mio “Forza Italia” o di “Ultimo tango a Parigi”, ad esempio. Oggi c’è una censura più sottile e più perfida che è l’autocensura nel senso che gli autori oggi, sapendo che certe cose non le possono raccontare, non le raccontano, non ci provano nemmeno e questa è la cosa peggiore del cinema italiano. Il cinema, e non parliamo poi della televisione, non è libero in Italia: nel 99% dei casi gli autori preferiscono darsi alla spensieratezza piuttosto che a contestare il potere, purtroppo.

Lei ha origini ebree ma si professa ateo. In cosa consiste la sua ‘spiritualità’?

Non so se posso usare il termine ‘spiritualità', diciamo che io mi attengo a un’etica che è quella di non creare danno agli altri etc. un pò come ne ‘I 10 Comandamenti’. Credo ne ‘I 10 Comandamenti’ e soprattutto credo, e particolarmente in un momento così tragico che viviamo e non solo in Italia, che ci sia fortemente bisogno di essere sorretti dal credere in qualcosa, credere nell’agire correttamente, nel fare qualcosa per essere utili. Credo possa consistere in questo la ‘spiritualità’. Anche nel lavoro che io conduco, io non faccio solo cinema ma lavoro anche all’università, penso ci sia bisogno di una dimensione critica. Quello che manca oggi è proprio una volontà di informare e comunicare lontano dalle stanze del potere e tra l’altro noi apparentemente oggi viviamo l’era della massima democrazia dell’informazione grazie a internet. Ma in realtà sta diventando l’era della massima disinformazione perché c’è una tale massa di informazione per cui, come diceva LuhmannL’informazione non illumina più”, ce n’è talmente tanta che uno non sa nemmeno discernere tra quello che è informazione e quello che è falsa informazione. Per cui è un momento molto difficile della comunicazione umana.

 

Lei ha insegnato presso le università di Washington, di Pisa e presso ‘La Sapienza’ di Roma. Cosa le ha dato questo tipo di esperienza professionale?

Io la ritengo l’esperienza migliore della mia esistenza, ed infatti continuo a praticarla. Intanto mi ha consentito di non vivere nella torre eburnea del cinema, perché il cinema alla fine diventa un ghetto: frequenti sempre quelle poche persone che vedi. Il cinema difficilmente ti mette in contatto con la realtà ed è per sua definizione una ‘riserva indiana’, devi vivere dentro delle relazioni umane che sono estremamente limitate e molto spesso neanche così edificanti. Mentre l’università mi ha dato di più di quanto io non le abbia dato, non sono mai stato un bravissimo docente però il rapporto con le giovani generazioni mi ha dato molto. L’università se la pratichi non da ‘barone’ ti permette di avere un rapporto molto prolifico con i giovani, i quali dovrebbero secondo me essere i veri padroni delle università. Una volta l’università, soprattutto nel ‘400-‘500, era retta dagli studenti. Infatti il Rettore era eletto dagli studenti, i docenti erano chiamati dagli studenti ad insegnare ma non erano loro che gestivano l’università. Poi c’è stata la rivolta dei Comuni, hanno capovolto il potere universitario e gli studenti sono diventati dei vassalli. In realtà oggi gli studenti, per una buona parte, sono molto più attrezzati culturalmente dei docenti, sono molto più fresche le loro idee, hanno molta più volontà di sapere, di innovare e di rinnovarsi. Quindi, secondo me, l’università dovrebbe tornare in mano agli studenti e ne sono convinto. Io, ad esempio, mi ritengo molto meno preparato di alcuni studenti anche nel mio campo, ovviamente non nella regia cinematografica ma nell’ambiente culturale ci sono degli studenti preparatissimi e molto in gamba. Mi sono arricchito ed ecco perchè continuo a praticare questa attività nonostante sia gravoso, perché non è facile conciliare i due lavori che faccio.

 

Nel 1965 lei si è diplomato in regia presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Che ricordo ha di quel periodo?

Io ne ho un ricordo pessimo, perché nel biennio in cui mi sono diplomato non ho mai avuto un docente. Ogni tanto veniva a farsi vivo un regista, una volta è venuto Fellini, una volta Antonioni e Nanni Loy, quest'ultimo era il regista che si faceva vedere di più. Però non avevano nessuna funzione perdurante, non c’erano dei docenti veri e propri. A quel tempo mi pare che il presidente del Centro fosse Petrucci, il quale era un democristiano, una persona perbene, che però aveva fatto qualche documentario e gestiva il Centro in maniera, direi, molto amatoriale e non professionale. Noi ragazzi, che eravamo abbandonati, vagavamo per questi saloni nei quali ci facevano vedere molti film perché non comportava la presenza di docenti. Dal biennio dal quale sono uscito io non è venuto fuori nessuno che ha continuato a fare film e questo è evidentemente la prova che in quel caso sia servito a poco. L’unica cosa per la quale è servito il Centro, per quanto mi riguarda, è il metterti in contatto con gente del mondo del cinema. Ma dal punto di vista didattico era il baratro, poi dopo so che ci sono stati anni più interessanti. Io credo di essere stato sfortunato.

Fonte di ispirazione per molte delle sue sceneggiature di successo è la lettura. Fra i tanti film  “Marianna Ucrìa” tratto dall’opera di Dacia Maraini e “Prendimi l’anima”, in entrambi i casi si parla di disabilità. Cosa vuol dire per lei parlare di disabilità attraverso il cinema?

Credo che sia un tema che il cinema tende a non raccontare, lo ha raccontato poche volte. Forse perché il tema della malattia, del dolore si crede che allontani gli spettatori mentre, invece, ci sono stati film come “Figli di un Dio minore” che ha avuto un grande successo e quindi non è vero. Il cinema normalmente ha paura del dolore e della malattia, ad esempio quando io ho fatto il film “Un giorno questo dolore ti sarà utile”, mentre il romanzo ha avuto un grande successo in Italia, il film no perché la parola ‘dolore’ viene percepita dagli spettatori come un qualcosa di repulsivo. Quindi credo che la disabilità dovrebbe essere trattata molto di più dal cinema, non parliamo poi della televisione che si guarda bene dal toccare certi temi e forse bisognerebbe che gli uomini di cultura ma soprattutto i politici destinassero una maggiore attenzione nei confronti del mondo più marginale e sofferente.

 

‘Panfocus’, che da il nome al nostro Speciale Cinema, si riferisce alla tecnica di ripresa cinematografica attraverso cui è possibile mantenere a fuoco il complesso delle parti che costituiscono l’inquadratura. Qual è la sua personale “messa a fuoco” sul cinema italiano di oggi?

Il cinema italiano di oggi soffre di mancanza di coraggio, è un cinema addormentato per il 99,99% dei casi. La ragione è molto semplice: siccome le fonti di finanziamento sono quelle dello Stato, la Rai, il MiBACT, è difficile che ci possa essere molto margine di libertà, di critica e di opposizione al pensiero dominante. È quindi un cinema poco libero perchè sono poco libere le forme di finanziamento e di conseguenza si rifugge nelle commedie, nel non-pensiero, nel non-critico. Oggi sono rari i film polemici e contestatori, è un cinema che si trastulla nel proprio ‘io’, a differenza di altre cinematografie molto più coraggiose. Ad esempio ci sono oggi dei film tedeschi, francesi e spagnoli molto coraggiosi, cioè la dove c’è meno potere di gestione del denaro e del finanziamento c’è molta più libertà, per non parlare poi dell’America. Quindi quello italiano oggi è un cinema che tende a essere dimenticato.
Speriamo che l’ingresso nel mercato di nuovi soggetti perlopiù stranieri, come Netflix, Amazon, al di là naturalmente dei problemi che questo comporta, possano germinare dei temi di maggiore libertà e creatività soprattutto nel campo delle serie televisive, dove l’Italia stenta ad essere alla stessa dimensione ad esempio degli americani che hanno enormemente più coraggio di noi. Ad esempio la serie ‘House of Cards’, pur essendo ormai la seconda e terza serie più edulcorate, la prima era molto critica del potere politico e in Italia non l’avrebbe mai prodotta nessuno una serie così. Magari domani, proprio sull’onda dei successi internazionali, cominceremo anche noi ad avere un maggiore equilibrio di libertà. In futuro i film dedicati alle sale saranno sempre meno e penso che oggi non ci sia più la discriminante tra cinema e serialità, ci sono delle serie tv che sono puro cinema: si pensi a ‘Fargo’. In America tutta la produzione indipendente non esce più al cinema ma va direttamente su internet, non troverebbe mai le sale, non troverebbe mai i soldi per finanziarli. Quindi il cinema più coraggioso è destinato a viaggiare su internet.

di SIMONA RUSSO

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