Recensione

Harvey o l’elogio della amabilità di Henry Koster

“In que­sto mondo devi es­se­re o molto astu­to o molto ama­bi­le. Io pre­fe­ri­vo l'a­stu­zia ma con­si­glio l'a­ma­bi­li­tà”. Edwood P. Dowd

Quando in un film le varie componenti artistiche riescono ad amalgamarsi ed a trovare un equilibrio interno che dona al pubblico l’impressione che tutto avvenga naturalmente ed armoniosamente, ecco che si ha il miracolo, raro perché tocca in modo misterioso soltanto poche opere, grazie al quale esso esce dal suo tempo e dal suo spazio, dall’intenzionalità e dalla contingenza, dal relativo e dall’effimero, per immettersi in una dimensione-altra, assoluta e atemporale dove regna, in via esclusiva, il piacere del testo e dello sguardo, dell’emozione e del sentimento, e dove un soggetto, il film, comunica, in un dialogo senza fine, con un altro soggetto, lo spettatore.
E’ il caso di Harvey, film del 1950 di Henry Koster (regista, tra gli altri, di: Mister Belvedere suona la campana, 1951; La tunica, 1953; Désirée, 1954; Buongiorno miss Dove, 1955; L’impareggiabile Godfrey, 1957; La Maja desnuda, 1959; Erasmo il lentigginoso, 1965), limpida gemma di un Ipotetico più vero del vero che vince, conquista, penetra nella coscienza, al di là di ogni ragionevole dubbio, poliedrico cristallo che rifrange e smussa gli antipodi in un rito corale di educazione alla vita.

Tratto da una pièce teatrale del 1944 della giornalista e commediografa Mary Chase vincitrice del premio Pulitzer e messa in scena per anni con grande successo di pubblico, Harvey narra di un giovane, gentile, elegante e cortese, Elwood P. Down, magistralmente interpretato da James Stewart, qui in una delle sue interpretazioni più convincenti (e che gli valse la sua quarta nomination all’Oscar), il quale ha per amico un gigantesco coniglio bianco parlante, immaginario ed invisibile agli altri e dotato di straordinari poteri, Harvey appunto.

Nella tranquilla cittadina dove abita, queste sue visioni imbarazzano la famiglia, benestante e benpensante, in particolare la sorella Veta (Josephine Hull che, con la sua interpretazione, vinse l’Oscar come mi­glio­re at­tri­ce non protagonista), prigioniera del suo conformismo e dei suoi pregiudizi la quale, preoccupata di far sposare la nipote Myrthie ancora zitella, lo costringe a ricoverarsi in una clinica per malattie mentali e sottoporsi a delle cure che farebbero sparire pr sempre la sua innocue allucinazione.

Ma la forza disarmante che straripa dalla personalità di questo “idiot savant”, di questo “fool” shakespeariano, di questo “idiota” dostoieskiano, di questo “fanciullino” pascoliano in cui albergano solo sentimenti puri e disinteressati come la generosità, l’amore, il dialogo in quanto espressione più nobile dell’esistenza, ma sopratutto l’amicizia (“non si hanno mai troppi amici”, afferma convinto invitando a cena ogni persona appena conosciuta), è tale che tutti finiranno per subirne il fascino ed accettare questa “follia” come l’ unica norma da rispettare e da emulare per essere felici e vincere le sofferenze della vita.

Harvey è un’opera basilare sul tema dell’inabilità e della sua inclusione, il capostipite indiscusso di un lungo processo riabilitativo che il cinema ha svolto nel corso dei suoi centoventidue anni e che ha portato l’handicap fisico e mentale dalla sua categorica irrappresentabilità a trovare i suoi cantori e i suoi poeti in una collana di opere preziose dove non è più considerato (e rappresentato) come un ostacolo ma come una risorsa, e non solo narrativa ma anche esistenziale. Ed il fatto che il film sia stato realizzato quasi settant’anni fa non ne pregiudica il valore, al contrario, evidenzia una sorprendente forza anticipatrice che lo rende bello ed attuale.

Parabola ad alta valenza simbolica, Harvey, che si rifà all’antica e leggendaria tradizione del “pooka” (divinità celtica capace di assumere sembianze animali), supera la contingenza cronologica del passato per confrontarsi con la contemporaneità del pensiero psicoanalitico, con una inattesa profondità tematica che emerge dalla espressività di una commedia giocata su toni fiabeschi fino al fanciullesco che invita lo spettatore ad immaginare oltre il visibile, a cogliere il reale al di là delle apparenze, al suo inalienabile diritto di costruirsi un mondo magico in cui rifugiare e sublimare le proprie paure e le proprie fragilità.

Sequenza chiave è l’incontro tra Elwood e il direttore della clinica psichiatrica dott. Chumley il quale, mentre Elwood gli parla di Harvey e dei suoi poteri, si sdraia sul lettino con un esplicito ribaltamento di ruoli tra curante e paziente: “Le ho detto che ferma gli orologi? A quale scopo? Conoscete l’espressione ‘i suoi occhi fermano gli orologi’? Harvey, se vi guarda l’orologio, lo ferma e voi potete andare dove volete, con chiunque volete, e stare via quanto volete e quando tornate indietro non sarà trascorso neanche un minuto. La scienza ha superato il tempo e lo spazio. Ebbene, Harvey ha superato non solo il tempo e lo spazio ma qualsiasi obiezione”.

La teoria relativistica, fulcro della scienza della nostra epoca, non era stata mai descritta in modo altrettanto poetico, dove dislocazione spaziale e trasmigrazione temporale si fondono per permettere all’individuo di godere in maniera meno fuggevole dei passaggi lieti della propria esistenza, senza più obblighi, divieti, obiezioni.

La risposta del dottor Chumley non si fa attendere: “Quisquilie. Quisquilie. Ho vissuto occupandomi solo di quisquilie mentre i miracoli si appoggiavano ai lampioni delle nostre strade!”, con evidente riferimento alla descrizione dell’incontro tra Elwood ed Harvey fatta dallo stesso Elwood poco prima: “Stavo passeggiando quando sentii una voce dire "Buonasera signor Dowd!". Io allora mi rivoltai e ti vidi questo grande coniglio bianco appoggiato ad un lampione. Non ci vidi nulla di strano perché quando uno ha vissuto in una città quanto ho vissuto io in questa, si fa l'abitudine al fatto che tutti conoscano il tuo nome”. 

In questa sua diversa abilità Elwood è simile a un San Francesco moderno, a un pellegrino del nostro tempo che interpreta la realtà con virtù squisitamente francescane, in particolare la letizia e l’innocenza, che Elwood chiama semplicemente “amabilità” e con atteggiamenti conseguenti come l’assenza di aggressività e di ostilità nei confronti del prossimo, la comprensione verso gli altri e la forza sconvolgente dell’amore come antidoto completo ai mali del mondo.

Scrive Hermann Hesse a proposito del Santo di Assisi: “Francesco peregrinava, intimamente lieto della sua conquistata libertà, per le valli e le verdi colline del paese, come un’anima lieta e gioiosa “, e sono parole che potrebbero commentare egregiamente il mood emotivo di Elwood P. Dowd.

Il plot è apparentemente lineare, come nella commedia americana di quegli anni, articolata in sofisticate relazioni interpersonali, equivoci ed inseguimenti che si susseguono incessantemente e dove gli unici momenti di quiete, di stasi, di riflessione, si hanno al bar Charlie, con Elwood che, perfettamente a suo agio in quell’ambiente, può esibire la propria personalità tutt’altro che visionaria o problematica, e la propria delicata e minimale “filosofia”, come la riflessione sulla funzione sociale del bar: “tutti, at­tor­no ad un tavolino, sorseggiando qual­che Mar­ti­ni -dice Elwood nella miglior tradizione fordiana che affidava proprio a questo luogo di testimoniare il significato stesso della esistenza- ini­zia­no a raccontare per ore e ore delle im­men­se, orribili cose che hanno fatto e delle im­men­se, belle cose che faranno... ​tutto è im­men­so per­ché nes­sun uomo porta mai nien­te di pic­co­lo in un bar”.

L’immenso rivelato nel quotidiano di piccole persone di una piccola città: la profondità di pensiero narrata in una semplicità di linguaggio è il segno significante di quest’opera così classica ma anche cos’ insolita.

La linearità diegetica si fa leggerezza espressiva ma questa non impedisce, anzi rivela maggiormente, una complessa stratificazione pluritematica, dalla pazzia allucinatoria alla paura del diverso; dalla trasgressione, se pur bonaria e inoffensiva, alle convenzioni della convivenza; dal conflitto tra scienza e dimensione dell’inspiegabile, fino a tematiche sorprendentemente attuali come la soggettività della percezione visiva e l’ inabilità intellettiva in una logica non di rifiuto ma di inclusione.

E’ come se il film fosse nettamente diviso in due spazi e in un due momenti distinti: quello, frenetico e fasullo, della vita esteriore, fatta di obblighi sociali, etichette, cliché, avvolta nella concitazione superficiale ed inutilmente rumorosa, e quello trattenuto e sospeso del bar, microcosmo privilegiato, accogliente, silenzioso, raccolto, dove finalmente pensare, riflettere, ed esprimere pacatamente, nell’ascolto e nell’accoglienza dell’altro, come sempre fa Elwood, il proprio pensiero, il proprio punto di vista, il proprio convincimento,

Sotteso a questo plot è l’espediente hitchcockiano del Mc Guffin, costituito proprio dalla percettibilissima assente presenza del coniglio intorno al quale ruota l’istanza narrativa che si struttura come un potente rivelatore, ingenuo e consapevole al tempo stesso, dei limiti umani di coloro che la società definisce sani.

Nella sua straordinaria performance attoriale James Stewart evidenzia proprio questo aspetto facendo diventare una costante non solo del personaggio ma anche dell’interprete, l’essere garbato e gioviale, caratteristiche che appartengono allo stesso Jimmy Stewart, perlomeno fino a quando Alfred Hitcchck ne farà la premessa di più inquietanti emozioni. E che l’interprete amasse in modo particolare questo personaggio lo prova il fatto che dopo averlo recitato per anni in teatro, ne ha fatto un film, considerandolo uno dei suoi ruoli preferiti, ed un remake a colori, nel 1972, con la regia di Field Cook.

Harvey è anche tra i progetti non realizzati di Steven Spielberg ed è affettuosamente citato da Robert Zemeckis, l’autore di quel Forrest Gump che ne è il discendente più diretto, nel film Chi ha incastrato Roger Rabbit, dove il coniglio, pur se in immagini di cartone amato, è invece presente e visibilissimo mentre nel film di Koster è effigiato solo in un quadro, dunque ad un secondo ed indiretto livello di percezione, come racconto nel racconto, immagine nell’immagine. .
Ha osservato giustamente Ennio Flaiano che Mary Chase “non ha voluto rifare, neppure inconsciamente, il corvo di Poe in rosa, ma ha ceduto piuttosto alla suggestione di certi disegni umoristici di James Thurbe, dove appunto animali immaginari, uomini deboli, donne e psichiatri hanno una parte rilevante.

Si è detto di sguardo filosofico che emerge fin dalle prime immagini del film quando, ad un postino che, fuori dal cortile di casa Dowd afferma “Che bella giornata!”, Elwood risponde: “Non vi è giorno che non lo sia”, e che si snoda come sottotesto nei personaggi che lo contornano, dalla sorella Veta alla nipote Myrtle, dal giudice Gaffney al dottor Chumbley, da miss Kelly al dott. Sanderson, da Wilson fino al tassista, caratterista tipo a cui è affidato nel finale un passaggio tra i più significativi nella relazione tra il sano e l’insano, il normale e l’anormale, tra Elwood e il resto del mondo: “Sono ben quindici anni che faccio questa strada, li ho portati qui a farsi quell’iniezione e li ho riportati a casa dopo averla fatta. Si trasformano. All’andata si godono il viaggio comodamente seduti e parlano con me. Qualche volta ci fermiamo a guardare il tramonto e gli uccellini che volano, e qualche volta ci fermiamo a guardarli anche quando non ci sono e guardiamo il tramonto anche se piove. Insomma, ci divertiamo e la mancia è sempre grossa, ma dopo, Oh! Dopo non fanno che brontolare, gridano sempre: ‘attento ai fari, attento ai freni, attento agli incroci!’. Non fanno che protestare e nient’altro, non hanno fiducia in me e nella mia vettura, ed è lo stesso taxi, lo stesso autista, la stessa strada. Niente divertimento e niente mance”. E continua, rivolto a Veta: “anche vostro fratello sarà un essere umano perfettamente normale dopo l’iniezione, un fetente come tutti gli altri”.

Vedere gli uccelli anche quando non ci sono, guardare un tramonto anche se piove, proprio come fa Harvey che dialoga con un coniglio che nessuno vede, o Peter Pan che vive in un’isola che non c’è”. Mirabile, illuminante esempio di semplificazione descrittiva del principio di piacere contro il principio di realtà, dell’immaginario contro il dover essere, che ha per effetto di convincere i parenti di Elwood a non sottoporlo al trattamento medico lasciandolo libero di continuare a seguire la sua fantasia ed effondere la sua terapia d’amore verso tutta la comunità.

Film positivo all’ennesima potenza senza timore di esserlo, come le pellicole “ottimistiche” di Frank Capra, Harvey mette in scena, con semplicità e saggezza, le opere e i giorni di un angelo custode laico, un amabile spirito guida che, nell’amicizia senza interesse e nell’amore che salva, spinge con discrezione e sensibilità verso la felicità, nella dolce tenerezza di una favola gentile come vorremmo che fosse anche la vita.

Harvey
regia: Henry Koster; soggetto: Mary Chase dalla pièce teatrale omonima; sceneggiatura: May Chase, Oscar Brodney; fotografia: William Daniels; scenografia: Bernard Herzbrun, Nathan Juran; costumi: Orry Kelly; montaggio: Ralph Dawson; musica: Frank Skinnner; personaggi e interpreti: James Stewart (Elwood P. Dowd), Peggy Dow (Miss Kelly), Charles Drake (il dott. Sandrson), Cecil Kellaway (il dott. Chumley), Josephine Hull (Veta Louise Simmoins), Victoria Horne (Myrtle Mae Simmons), Jesse White (Wilson), William Lynn (il giudice Gaffney),Wallace Ford (il tassista), Nana Bryant (la signora Hazel Chumley); produzione: Universal; nazionalità: Stati Uniti, anno: 1950; durata: 105’.

di VITTORIO GIACCI

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