Critica

L'uccello dalle piume di cristallo

Sam Dalmas,  uno scrittore in crisi di creatività, grazi al suo amico Carlo sta lavorando  presso un istituto di scienze naturali a Roma, ha appena terminato uno studio sulle caratteristiche dei tipi più rari di uccelli e si appresta a ripartire per gli Stati Uniti con la sua ragazza italiana, Giulia.

Una sera, mentre torna a casa, assiste ad una aggressione in una galleria d'arte in cui una donna, Monica Ranieri, moglie del direttore della galleria, Alberto, cade a terra ferita. Sam avverte la polizia. Tuttavia lo scrittore non riesce a mettere a fuoco alcuni particolari, così l’ispettore Morosini gli sequestra il passaporto come unico testimone dell’accaduto. Sam si trova così invischiato in una catena di delitti dove egli stesso e le persone a lui vicine rischiano la vita fino alla risoluzione dell’enigma. Nel 1970, L’uccello dalle piume di cristallo, sottrae al thrilling quel marchio che lo voleva esclusivo patrimonio anglo-americano.
Il pubblico 'vive’ delitti sconvolgenti e pericoli celati fra posti conosciuti, solo però in modo apparente, perché dovunque il terrore opera le sue malefiche influenze.
In quel periodo una certa critica, mise spesso l’autore all’indice come uno dei tanti emuli di Alfred Hitchcock, ma ciò che è realmente importante, al di là dei mistificatori ad oltranza, è un cinema “argentiano” con una fisionomia tecnico-narrativa che oggi fa scuola anche oltre oceano. Ripresa, montaggio, colonna sonora, nei thrilling di Dario Argento, spesso diventano elementi da sperimentare che si assemblano in sequenze con un ritmo che porta il suspense ad essere protagonista assoluto. Il regista non ama configurarsi in schemi e rielabora continuamente le sue stesse soluzioni cinematografiche.
Dà un’esposizione filmica dell’azione secondo un ritmo che ha come risultato una tensione a 'ondate’, sempre presente; magari per alcuni minuti solo annunciata e sussurrata, poi dilagante e pronta ad urlare in faccia. I personaggi vivono una realtà che si tramuta in qualcosa di sottilmente sfuocato; realtà come follia, alla quale vengono spalancate le porte di un profondo racchiuso nella pazzia di qualcuno che si scatena, che mette in scena la nostra pazzia controllata quotidianamente. Il regista rappresenta una fascinazione del suspense attraverso continui rapporti dialettici che legano il fotografico a ’sequenze-musicali e a ’sequenze-sonore'. Le relazioni che crea tra suono-colore-immagine e movimenti della macchina da presa fanno dell’aspetto figurativo del film una sintesi angosciosa. Ciò che viene narrato è organizzato secondo una metodologia di causa-effetto, con un metodo di ripresa 'preciso al millimetro’ che corre parallelo all’imprevisto, alla casualità, allo spavento.

di DEMETRIO SOARE

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