L'INTERVISTA

Citto Maselli, il cinema come personale strumento di "lotta di classe"

Nella foto il regista Citto Maselli
Partecipa giovanissimo alla Resistenza e abbandona poi gli studi al liceo per iscriversi al Centro Sperimentale di Cinematografia. Si diploma nel 1949 e inizia la propria carriera come assistente di Antonioni e Visconti. Nel '47 dirige il suo primo documentario dedicandosi incessantemente a quell'arte che lo sedusse fin dall'adolescenza. Parliamo del regista Citto Maselli, 86 anni, tra i più longevi della storia del cinema ed anche tra i più interessanti per i temi trattati di chiara matrice politico/sociale. In questi giorni sta lavorando a un docufilm che uscirà a Settembre e lo abbiamo intervistato in una pausa dalla sala moviola.

Lei è tra i registi più longevi della storia del cinema. Non è semplice rimanere attivi in questo ambito per decenni in modo fresco e competitivo come ha fatto e fa lei. Qual è il suo segreto?

Io ho iniziato a 16 anni, il mio primo documentario a Venezia era del ’47 ed ero appena entrato al Centro Sperimentale di Roma. Quindi ho cominciato molto presto e forse il motivo per cui continuo con energia è che sono convinto che il cinema non sia solo cinema in quanto tale ma anche un modo di dare una visione della vita e un’interpretazione della realtà.

Lei si è, appunto, accostato al cinema giovanissimo e come ricordava a soli 16 anni ha realizzato il suo primo documentario professionale “Bagnaia, villaggio italiano”. Perché ha iniziato a interessarsi così presto al mondo del cinema?

Io vengo da una famiglia di intellettuali, mio padre era il critico letterario de Il Messaggero e Luigi Pirandello fu il mio padrino di battesimo. In casa mia circolavano spesso scrittori come Corrado Alvaro e Massimo Bontempelli. Sviluppai molto presto l’interesse per il cinema perché per me rappresentava un modo di uscire dal clima familiare ed essere più autonomo. Era un’arte che mi aveva conquistato, a Roma frequentavo il ‘Cine Attualità’ che era un piccolo cinema inventato da Carlo Lizzani e dove davano i film dell’avanguardia francese che restituivano l’idea del cinema come arte. Erano dei meravigliosi film muti: “Ballet mécanique” di Fernand Léger, “Entr’Acte” di René Clair, “Un chien andalou” di Salvador Dalì e Luis Buñuel e “L'étoile de mer” di Man Ray. Erano film d’avanguardia che rivelavano il cinema come arte, ed è proprio in questa fase e guardando questi capolavori che si accese in me un vivo interesse nei riguardi del cinema.

Possiamo dire quindi che durante la sua infanzia questa casa frequentata da scrittori e intellettuali ha comunque molto influenzato la sua formazione e il cinema è diventato il mezzo per la sua personale ‘lotta di classe’?

Si, è esattamente così. Questo è stato l’inizio ma anche il fulcro e il centro di tutta la mia carriera professionale.

Lei è stato indicato anche come ‘l’ultimo regista neorealista’, pur parlando più dei ‘vizi’ dell’alta borghesia che delle classi disagiate. Si ritrova in questa definizione?

No, infatti non mi ritrovo in questa definizione che mi è stata attribuita e non mi sono mai ritenuto un neorealista. È una definizione di comodo ma non vera perché il mio primo film “Gli sbandati” del ’55 parla dell’alta borghesia e parla della nascita della Resistenza in Italia, cioè un tema politico e molto profondo ma che non è il Neorealismo. Il Neorealismo era andare tra la gente e far parlare il popolo, invece io non ho fatto questo. L’unico lavoro che ritengo mi avvicini al Neorealismo è “Storia di Caterina”, episodio del film “L'amore in città” che ho fatto insieme a Zavattini, e che penso sia tra le cose migliori che ho realizzato.

Lei si è sempre mosso tra cinema, cultura e politica portando avanti un’acuta denuncia sociale del nostro ‘Bel Paese’. Questo tipo di cinema fa bene alla costruzione di una coscienza critica?

Si, serve esattamente a questo a far crescere la coscienza critica delle persone. Lo ‘strumento’ può e deve continuare a sviluppare questo perché ce n’è bisogno.

E di contro, la denuncia sociale/politica fa bene al cinema?

Non in se, però è vero che tutto quello che da il significato a un film oltre al carattere narrativo, al piacere di raccontare una storia e la costruzione di un personaggio, quando si è mossi da un interesse superiore, che può essere un fatto storico o politico, questo aiuta sicuramente anche il cinema a diventare elemento di costruzione della conoscenza e coscienza critica.

Cesare Zavattini scrisse : “Il cinema ha smesso di vivere da quando i registi hanno smesso di prendere il tram”, facendo presente che le migliori sceneggiature e soggetti nascevano probabilmente dall’osservazione diretta della vita quotidiana. Lei è d’accordo?

In parte è vero. Quando abbiamo smesso di prendere il tram c’è stato un allontanamento dalle facce e dalle parole della gente e questo forse ha contribuito all’impoverimento dei contenuti dei film. È una frase simbolica, ma contiene sicuramente qualcosa di vero.

Lei a inizio carriera fu assistente e aiuto regista di Michelangelo Antonioni e fu legato da una profonda amicizia anche a Cesare Zavattini e a Luchino Visconti. Questi tre grandi protagonisti del panorama cinematografico italiano quanto, invece, hanno inciso nel suo percorso artistico?

Più di tutti Visconti, perché era un regista che ti influenzava nel profondo e ti faceva capire che ogni film è una responsabilità morale, sociale e politica e in questo consisteva il grande insegnamento di Visconti. Lui diceva che ogni film è un atto di enorme responsabilità etica e quindi anche sociale/politica, questo principalmente è stato l’insegnamento che mi ha trasmesso Luchino Visconti.

A proposito, invece, di critica alla borghesia italiana, nel ’64 lei porta sul grande schermo il suo capolavoro “Gli indifferenti”, nel quale realizza un ritratto spietato di questa categoria, acuto ritratto psicologico di una famiglia in decadenza. Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia e tra i protagonisti vediamo, giovanissimi, Tomas Milian e Claudia Cardinale. Questo suo lavoro è, inoltre, arricchito dalla presenza di Rod Steiger, Shelley Winters e da Paulette Goddard, quest’ultima compagna di Charlie Chaplin e attrice in ‘Tempi moderni’ e ‘Il grande dittatore’, qui alla sua ultima interpretazione per il grande schermo. Che ricordo ha di quel set?

Questo film rappresenta la tragedia di una civiltà che va scomparendo, di ipocrisia e di apparenza. Ricordo che nella lavorazione del film ebbi dei problemi con Rod Steiger, che era un grande attore ma abituato a lavorare con importanti registi internazionali come Kazan. Io ho un mio personale modo di lavorare che è quello di scrivere mentre giro, la sceneggiatura per me è una premessa poi quando sono sul set con gli attori mi viene naturale modificare il copione e riscrivere i dialoghi. Tutto questo non era semplice da realizzare con un attore come Steiger che era abituato a studiare la parte già da un anno prima. Quindi ho avuto qualche problema con lui ed anche con Shelley Winters perché erano attori legati all’Actor’s Studio e al metodo Stanislavskij e io mi sono abbastanza adeguato in quell’occasione a lavorare individualmente con loro ma non è stato facile. In seguito ebbi, però, una grande soddisfazione perché anni dopo Rod Steiger, durante un’intervista, disse che io ero stato il regista che come Kazan lo aveva aiutato ad una recitazione “semplice e profonda”. Ecco, questo per me fu motivo di grande orgoglio.

In questo momento a cosa sta lavorando?

In questi giorni sto lavorando ad un film sulle lotte operaie di questi ultimi anni per la riconquista dei diritti che i governi cosiddetti di centro-sinistra hanno eliminato quasi uno per uno. La CGIL, il sindacato italiano più grande, ha lavorato per creare una Carta dei Diritti Universali, per dare vita a un qualcosa che impedisca la distruzione dei diritti dei lavoratori ed io sto facendo un film su questo. Si tratta di un film-documentario e ci sto lavorando giorno e notte perché deve uscire a Settembre.

‘Panfocus’, che da il nome al nostro Speciale Cinema, come lei ben saprà si riferisce alla tecnica di ripresa cinematografica attraverso cui è possibile mantenere a fuoco il complesso delle parti che costituiscono l’inquadratura. Qual'è la sua personale “messa a fuoco” sul cinema italiano di oggi?

Penso che per fortuna ci sono delle belle eccezioni di film che hanno una buona ‘messa a fuoco' della realtà e la raccontano bene. L’unico regista che ritengo abbia attualmente un fermento autentico ed una voglia di raccontare e di dire che vada oltre il piacere del raccontino è Daniele Vicari. Per quanto riguarda la storia del cinema italiano io sono un appassionato del film “La terra trema” di Visconti, uno dei più grandi film della cinematografia mondiale, un capolavoro assoluto che purtroppo è stato un pò dimenticato.

di SIMONA RUSSO

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