L'INTERVISTA

Enrica Fico Antonioni, una vita con Michelangelo Antonioni: "Mi ha insegnato il coraggio"

Di lui Andrej Tarkovskij diceva: "fa parte della ristrettissima schiera di cineasti-poeti che si creano il proprio mondo, i suoi grandi film non solo non invecchiano ma col tempo si riscaldano" e Alain Resnais, parlando del suo modo di lavorare, sosteneva: "ha un modo molto peculiare di orientare gli sguardi: i suoi attori, un pò come in Ozu, non si guardano quando parlano. Si direbbe che ci intrappola continuamente per ipnotizzarci". Il soggetto in questione è il Maestro Michelangelo Antonioni, uno dei maggiori registi della storia del cinema e scomparso dieci anni fa.

Abbiamo intervistato Enrica Fico Antonioni, moglie del grande regista che conobbe nel 1972 quando lei aveva solo 18 anni e lui ben 40 di più. Ci ha raccontato la sua vita piena accanto a un 'gigante' e qui di seguito riportiamo la parte finale di un ricordo del marito che Enrica scrisse qualche anno fa: "È con lui che ho imparato veramente a vedere. Tutti possiamo imparare attraverso la sua arte, il suo istinto, la sua integrità artistica ad essere più giovani, al di là del tempo, a sentire, a percepire e a chiedersi il perché di tutto finché, stando in ascolto, le risposte arrivano, la realtà si trasforma fino a coincidere con la propria magica intuizione".

D. Ci racconta il suo primo incontro con il Maestro Antonioni?

Il primo incontro è stato a Roma, io ero molto giovane avevo 18 anni e lui ne aveva un bel pò di più, esattamente quarant'anni più di me. Io cercavo lavoro perché avevo appena finito gli studi a Milano e quindi ero li per chiedergli di poter lavorare. Lui mi chiese che tipo di attitudini avessi e io inizialmente gli risposi che non sapevo fare niente perché ero appena uscita dal liceo artistico. Poi, però, aggiunsi che ero ferrata nell’uso del colore e nella storia dell’arte e lui mi disse che doveva fare un film, “Il colore dei sentimenti”, e quindi potevo lavorare all'interno di questo progetto. Subito dopo mi invitò a cena e mi raccontò tutta la storia sulla lavorazione di “Zabriskie Point” e da li è iniziata la nostra storia d’amore.

D. È vero che l’episodio ambientato a Portofino nel film “Al di là delle nuvole” (1995), di Antonioni, rievocherebbe in parte questo primo vostro incontro?

Non il primo incontro ma rievoca un fatto vero perché io l’ho portato lì. Io sono ligure e una delle prime cose che ho fatto è stata quella di portare Michelangelo a conoscere la mia famiglia e poi siamo andati a Portofino e in una boutique mi ha fatto il suo primo regalo. Nel negozio c’era una commessa ed evidentemente lo sguardo e il volto di questa donna gli ha suscitato una storia, quella che poi ha girato in quell’episodio del film.

D. Lei come compagna di vita ma anche come artista, in quanto a sua volta regista e attrice, cosa ha apprezzato di più di Antonioni come Uomo e come regista?

Il coraggio, Michelangelo era uomo veramente coraggioso. Non aveva paura di niente, e se ne aveva la vinceva con poco, si distraeva dalla paura.
Lui mi ha fatto fare tante cose che non riuscivo a fare perché mia mamma mi aveva ‘regalato’ molte paure e quindi ero timorosa ad esempio di viaggiare. Con lui invece ho girato tutto il mondo, ho incontrato tutte le persone del mondo senza alcun timore. Questo suo coraggio gli è servito anche molto per fare il cinema che ha fatto, perché si trattava di fare delle grandi esperienze, di contattare mondi sconosciuti, l’ignoto e lui lo faceva con grande coraggio.

D. Dai capolavori cinematografici del Maestro Antonioni emerge e traspare una personalità molto complessa. Lei che ha trascorso 36 anni della sua vita con lui, è riuscita a cogliere dove questa sua costante ricerca voleva approdare?

Voleva provare a conoscere tutto, a sapere tutto perché Michelangelo era molto curioso di tutto, delle cose più semplici ma anche delle cose più complesse. Il senso della vita, il senso del fare, da dove viene la creatività, che cosa sono i sentimenti. Soprattutto questo, ecco, il riconoscere i sentimenti perché era proprio la sua natura e molti dei suoi personaggi erano come lui, rispecchiavano questo suo modo di essere e questa ricerca. Una ricerca introspettiva, filosofica, spirituale ma anche materiale; Michelangelo era un uomo completo da questo punto di vista. Il cinema gli è servito per fare una ricerca profonda di se stesso e del mondo che lo circondava.

D. Qualche giorno fa, per ricordare il decimo anniversario della scomparsa di suo marito, nella basilica di San Pietro in Vincoli a Roma è stato proiettato a ciclo continuo il cortometraggio “Lo sguardo di Michelangelo” (2004), suo ultimo documentario dedicato alla ‘Tomba di Papa Giulio II’ e dove si trova il celebre ‘Mosè’ scolpito da Michelangelo Buonarroti. Perché Antonioni scelse di realizzare questo lavoro?

Questo lavoro è stato proposto da chi aveva restaurato il ‘Mosè’ in quegli anni e che era la Lottomatica. Volevano documentare il restauro e hanno pensato a Michelangelo. Lui inizilamente non lo voleva fare, non gli interessava scoprire una statua, Michelangelo era molto più interessato agli uomini. Però poi quando, su mia insistenza, è andato a vedere il restauro del ‘Mosè’ è rimasto affascinato da questo capolavoro, di come Buonarroti avesse quella capacità incredibile di scolpire il marmo fino ad arrivare all’ultimo strato e quindi ha deciso di farlo e ha deciso di farlo proprio così: una rivisitazione quasi del Buonarroti, lui che assumeva i panni di un Michelangelo che si guarda e si riguarda, come se andasse a riscoprire quasi se stesso. Lo sguardo di quella statua ha talmente una storia incredibile, perchè quando il Buonarroti l’ha realizzata, all’inizio guardava davanti poi l’ha ruotata per farla guardare di fianco verso la luce che veniva dalla finestra, la luce del divino. Questa cosa dello sguardo ha molto affascinato il Michelangelo regista, ma anche il modo di trattare la materia che aveva Buonarroti, il trattare tutti gli strati della materia anche facendo toccare la luce in diverso modo alla materia. Un pò come faceva Michelangelo nel cinema. È stato accolto benissimo e siamo andati a Cannes con questo documentario, è piaciuto molto e ricordo gli articoli dei giornali che titolavano “Michelangelo incanta la croisette”, un film considerato il testamento spirituale di Michelangelo perché è una lezione sullo sguardo, su come si può guardare.

D. Dopo essere stato colpito da un ictus, il Maestro Antonioni trascorre gli ultimi quasi 20 anni della sua vita semi-paralizzato e privato della parola. Nonostante ciò ha continuato a produrre, dove ha trovato la forza per continuare a lavorare?

La forza non gli mancava di certo, non gli è mai mancata. Solo che lui aveva tutto dentro, la forza e la parola, non riusciva a venire fuori per l’incidente che ha avuto, era stato colpito proprio lì, nel linguaggio. Quindi il problema era suo nel comunicare ma era soprattutto di chi gli stava vicino, perché lui aveva sempre questa grande energia e voglia di comunicare. È stata anche un pò una guarigione, perché prima Michelangelo anche se non parlava, non comunicava e si teneva le cose dentro, andava bene lo stesso. Ma quando ha perso la parola, la voglia di esprimersi è stata più forte di tutto e quindi lo faceva con i mezzi che aveva. Il problema, dicevo, era nostro, perché le cose dentro di lui erano intatte ma stava a noi capirle, era una bella lezione stare davanti a lui silente, perché dovevi chiedergli: “ma tu vuoi dire questo, pensi questo?”. Bisognava essere all’altezza del suo pensiero, quindi è stata una scuola molto alta.

D. ‘Panfocus’, che da il nome al nostro Speciale Cinema, si riferisce alla tecnica di ripresa cinematografica attraverso cui è possibile mantenere a fuoco il complesso delle parti che costituiscono l’inquadratura. Qual'è la sua personale “messa a fuoco” sul cinema italiano degli ultimi anni e cosa ne pensava il Maestro Antonioni?

A Michelangelo non piaceva quasi niente, anzi non gli piaceva proprio niente. Andava al cinema sempre, tutti i giorni e tornava a casa deluso.
Non era d’accordo sul modo di fare cinema e soprattutto di quello italiano. E io anche, ho quella scuola lì, ma salvo alcune cose. Senza fare nomi, ci sono alcuni giovani registi italiani che mi affascinano e che seguo con interesse, ma ho sempre questo ‘gigante’ come modello di riferimento e quindi non è semplice apprezzare il cinema di oggi.

di SIMONA RUSSO

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