CRITICA

IT di Andrés Muschietti

Torniamo a parlare di Stephen King e dei suoi incubi cartacei a stretto giro, visto che nel corso di questi mesi ben due delle sue opere sono state portare ai fasti del grande e del piccolo schermo attraverso la trasposizione di The Mist (ne abbiamo parlato in una precedente recensione) e La Torre Nera...

Critica

 

...viaggio fantasy metafisico ed inquietante iniziato ai tempi in cui ancora il maestro si firmava Richard Backman. Torniamo a parlare, dunque della sua opera più celebre dopo Shining: IT. Il film tv in due parti del 1990 diretto da Tommy Lee Wallace aveva come unica cosa positiva la caratterizzazione istrionica di Tim Curry (il mai dimenticato dott. Frank N. Furter nel cinematografico The Rocky Horror Picture Show del 1975) che interpretava la malvagia entità sotto le spoglie di Pennywise, il pagliaccio ballerino, mostro alieno (multidimensionale, secondo un fugace cameo nel film La Torre Nera) piovuto sulla terra in era antidiluviana e pronto a risvegliarsi ciclicamente ogni 27 anni per nutrirsi delle paure e della carne dei bambini abitanti nella cittadina di Derry, nel Maine. Il film-tv seguiva in maniera abbastanza fedele il romanzo, senza tuttavia eguagliarne la tensione o destare nello spettatore qualche spavento memorabile anche per i canoni di quel tempo; di fatto poteva essere un “Goonies” crudele e nulla più. Sono passati giusto ventisette anni e un remake o, per meglio dire con i termini di oggi, un “reboot” di IT ne avevamo proprio bisogno…come no!. Peccato che il film di Andrés Muschietti,  uscito dopo un estenuante battage pubblicitario risulti molto peggio dell’opera precedente. Piatto, a tratti noioso e scontato, con personaggi maldestramente rimaneggiati tanto da far sembrare quel “club dei perdenti” celebrato da King non più un gruppo di fragili adolescenti della stessa età che fronteggia le proprie paure maturando, ma più un gruppo eterogeneo di conoscenze estive che passa attraverso avvenimenti sconvolgenti senza batter ciglio e mostrando più coraggio di una brigata di marines durante il D-Day. Pennywise, interpretato da un pur valido Bill Skarsgård, rimane un'entità senza carisma che cerca di strizzare l'occhio al Joker di Heath Ledger del Cavaliere Oscuro, senza riuscirne a catturarne né l’ironia, né la profonda malinconia. La regia si basa non sull'atmosfera minacciosa che aleggiava nel romanzo di King, ma su semplici spaventi da luna park di quart'ordine, accompagnati dai classici colpi di cembalo della colonna sonora misti ad incomprensibili inquadrature di porte sul buio che si aprono o si chiudono nel tentativo di generare suspense, o a risibili apparizioni spettrali che vanno a sostituire (aggiornare?) i vecchi incubi descritti nel romanzo. La sceneggiatura cerca di spostare il tutto al di fuori degli originali anni ’60, precipitando il tutto in un 1989 distopico in cui la massima espressione di tecnologia è una sala giochi con all’interno videogiochi che nel 1989 erano già storia, seminando qui e lì citazioni dal romanzo di King, come la bicicletta “Silver” di Bill (ma senza le carte da gioco fruscianti attaccate alle ruote), la poesia che Ben dedica a Beverly o la statua di plastica del tagliaboschi nella piazza centrale della cittadina, nel tentativo di comunicare agli spettatori che si sta assistendo ad una celebrazione del romanzo e non solo ad un mediocre film horror, finendo per impattare contro una serie tv di riferimento come “stranger things” ma senza riuscire a solleticare l'interesse del periodo come ha fatto invece la serie succitata. Intendiamoci, il film è guardabile se non si hanno grandi aspettative,  ma ci si indigna  nel considerare che il bellissimo, allegorico romanzo del 1986 abbia avuto ben due trasposizioni su schermo ugualmente mediocri. E’ certo,comunque, che l’ IT cinematografico continuerà a far capolino dalle fogne ancora per un bel po’, visto che è in programma il secondo capitolo (quello che riguarda la fase adulta dei protagonisti)  aiutato anche dalla grande cloaca dell’internet nel quale i palloncini si trasformano in “meme” pronti a farci volare tutti nel sonno ipnotico dei social dove ogni banalità riesce a divenire “virale” e quindi di qualità, come promesso da Pennywise.

di GIANLUIGI FEDELI

Categoria: